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Una lezione dimenticata. Il rispetto dovuto al sindacalismo colombiano

Sciopero generale in Colombia e repressione: gli effetti degli Accordi commerciali con gli USA e le prospettive dell’Accordo “ multiparte” tra Colombia, Perù e Unione Europea.  Una riflessione del Dipartimento Internazionale della Cisl ospitata sullo speciale n.50 Almanacco latinoamericano

Ci siamo abituati negli ultimi anni a pensare all’America latina come alla realtà delle grandi potenzialità, dei paesi in prosperità, delle promesse mantenute di crescita e benessere, come il nuovo paradigma per il resto del mondo, il subcontinente con Brasile, Messico e Argentina nel gruppo del G20, nuovo logo che identifica le nazioni più potenti sullo scenario dell’economia e del commercio internazionale. Un’immagine insolita per la mia generazione che, cresciuta sulla spinta della “teologia della liberazione”, si era innamorata del Sudamerica e si era immedesimata con le sofferenze dei latinoamericani che lottavano per uscire dalle dittature, si impegnavano per la riconquista della democrazia, con tante vittime e tanti sacrifici che segnarono quella lunga congiuntura storico-politica. Eppure c’è una realtà ancora oggi che, pur registrando straordinarie “performances” sul piano degli indicatori della crescita economica, presenta caratteristiche di dirompente contraddizione: la Colombia. Un paese che ha tuttora una guerriglia operativa (ben due formazioni, le FARC e l’Esercito di Liberazione nazionale ELN), una guerriglia “deideologizzata”, contaminata da oscure connivenze con il narcotraffico, che ha condizionato pesantemente lo sviluppo democratico del paese per sempre legato alle suggestioni di “Cento anni di solitudine” del maestro Gabriel Garcia Marquez.. Un paese che ha registrato negli ultimi 20 anni oltre 3.000 vittime tra i dirigenti delle Organizzazioni dei lavoratori, una tragedia che è stata definita un vero e proprio “crimine contro l’umanità” con un “target” preciso: i sindacalisti. Ma perché? E’ presto spiegato. La Guerriglia da un lato ed il Governo dall’altro ( più precisamente i governi che si sono succeduti fino a quello di Alvaro Uribe, forse oggi con il Presidente Santos si sta assistendo ad una svolta positiva) hanno avuto sempre la volontà di tenere alto il livello del conflitto, con interessi incrociati ed oscuri, per cui ogni rivendicazione sociale, ogni piattaforma negoziale, espressione di una opposizione sociale trasparente, pacifica e democratica, non ha mai trovato spazio e legittimazione. Si assassinavano i sindacalisti perché erano “scomodi” e di loro si conoscevano volti, identità ed indirizzo di casa. Li assassinavano le FARC e li assassinavano le forze paramilitari, con malcelati appoggi istituzionali (perfino il cugino dell’ex Presidente Uribe, senatore ed ex Presidente del Congresso è stato riconosciuto colpevole dalla Corte di Giustizia, e con lui altri 40 deputati…). E il numero di vittime, cresciuto esponenzialmente, ha fatto registrare una delle più grandi tragedie degli ultimi anni, forse troppo sottaciuta, perché la legge dell’informazione è spietata, morire assassinati alla spicciolata non fa notizia, non c’è lo “scoop”, per cui l’opinione pubblica internazionale è stata tenuta all’oscuro rispetto a questo enorme dramma, seguito soltanto (come nel caso del sottoscritto) dagli “addetti ai lavori”. Richiesta a fatica una Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite, ottenuto un “Osservatore speciale “ del Segretario dell’ONU in loco per analizzare le ragioni della tragedia e avviate denunce internazionali per assicurare giustizia, definire livelli di protezione per i dirigenti sindacali e soprattutto mettere fine all’impunità, la Colombia con il Presidente Santos, eletto nel 2010, ha cominciato ad assistere ad una inversione di tendenza promettente. Meno omicidi, meno minacce, la Guerriglia militarmente in ritirata costretta a negoziare la fine del conflitto a L’Avana, una atmosfera effervescente di crescita economica, insomma, una nuova primavera, contrassegnata dalla firma convulsa di grandi accordi commerciali con molte aree economiche del mondo. Ben 16 accordi, tra cui quello con gli Stati Uniti e quello “multiparte”, insieme al Perù, siglato con l’Unione Europea. Proprio nel quadro dell’Accordo “multiparte” tra Perù, Colombia e UE mi sono recato lo scorso mese di agosto con una delegazione del Comitato Economico e Sociale Europeo a Bogotà, per realizzare incontri mirati al coinvolgimento della società civile organizzata (datori di lavoro, organizzazioni dei lavoratori e terzo settore) nel monitoraggio degli accordi, soprattutto rispetto alle clausole sui diritti umani, sul rispetto delle convenzioni OIL e sugli aspetti dello sviluppo “sostenibile”. Ebbene proprio nei giorni della nostra permanenza c’è stato il momento più duro di confronto sociale nel paese con uno sciopero generale indetto dal settore agrario ed appoggiato in maniera convinta da tutto il movimento sindacale, dagli studenti, da ampi settori della società colombiana. Lo sciopero è nato dal forte stato di sofferenza nel quale i contadini ed i piccoli produttori agricoli si sono ritrovati a seguito degli effetti del Trattato di libero commercio con gli Stati Uniti. Ad un anno dall’entrata in vigore degli accordi le prime ripercussioni si sono fatte sentire: l’importazione dei prodotti ed i costi di produzione interni, hanno lentamente messo in ginocchio il settore e sono cominciate le manifestazioni confluite nel grande sciopero generale del 28 agosto. Ci sono stati disordini, sono state rotte alcune vetrine e gruppi isolati si sono dati ad atti di vandalismo (fenomeno ricorrente anche nelle manifestazioni in Europa) ma a questo punto abbiamo assistito ad una risposta che ci ha fatto tornare indietro di venti anni, a un clima di paura e terrore che avevamo rimosso dalla nostra memoria: Il Presidente Santos, denunciando “infiltrazioni” della guerriglia, ha temuto di perdere il controllo della situazione ed ha disposto la “militarizzazione” del paese: 50 mila soldati hanno occupato il territorio Colombiano nei principali centri, Medellin, Cali, Barranquilla, Bucaramanga. Nella capitale Bogotà 5.000 militari in tenuta da combattimento hanno pattugliato le strade ed è stato proclamato il coprifuoco. L’atteggiamento del Governo colombiano, avallato anche da ambienti vicini alla Delegazione dell’Unione Europa (i cui “servizi” hanno “intelletto” la situazione appoggiando l’idea che i disordini siano stati creati dalle FARC al fine di aumentare la “posta” sui tavoli del negoziato dell’Avana), ha mostrato quanto siano state dimenticate le lezioni del passato. Ed è questa la considerazione centrale che vorrei consegnare ai lettori dell’Almanacco che ospita la nostra riflessione: come dimostrano tutte le ricerche dell’OCSE, i paesi che hanno crescita equa, che reggono alle crisi congiunturali, sono quelli dove maggiormente è sviluppata la pratica del dialogo sociale, dove esistono corretti sistemi di relazioni industriali, dove sono rispettati i diritti sindacali e gli accordi delle parti sociali. Ebbene l’atteggiamento del Governo Colombiano e di quanti lo hanno appoggiato, dimostra che, come negli scorsi decenni, si continua a spostare l’attenzione dal vero problema, ci si rifiuta di vedere le questioni che determinano reazioni e movimenti sociali e ci si ostina a non riconoscere i “veri” interlocutori per affrontare e risolvere i problemi. Non è a L’Avana che si affrontano le problematiche economiche e sociali, non sono le FARC l’interlocutore con cui si offrono risposte ai contadini, agli studenti, ai settori colpiti dalle ricadute di Accordi Commerciali che saranno anche potenzialmente straordinari ma non escludono la produzione di distorsioni, crisi, perdite, che possono e devono essere corrette affrontando i problemi in modo democratico e per quanto possibile consensuale. Queste questioni si affrontano sui tavoli di negoziato a Bogotà, incontrando i Sindacati dei lavoratori, i datori di lavoro, ma anche tutti quei corpi intermedi, i mondi associativi, che rappresentano oggi la società civile organizzata, elemento centrale di tutte le economie complesse delle democrazie moderne. Ricordarsi la lezione del passato, aprire una nuova stagione dove tutti i rappresentanti di interessi collettivi vengano coinvolti nelle decisioni, partecipino al governo dell’economia ed allo sviluppo equo del paese, è il minimo tributo che va riconosciuto al movimento sindacale colombiano che ha pagato un prezzo altissimo in termini di vite umane, di minacce, torture, sacrifici infiniti, per tenere alta la dignità dei lavoratori nel paese più contraddittorio del mondo.

Giuseppe Iuliano -Vice Presidente della Sezione di Politica Estera del CESE (Comitato Economico e Sociale dell’Unione Europea)- Dipartimento Politiche Internazionali della CISL

da “ALMANACCO Latinoamericano” n.50

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