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Un’imposta sulle grandi ricchezze per favorire l’incontro fra equità, crescita e risanamento

Negli ultimi mesi l’economia europea ha avuto un'evoluzione nuova e positiva ma insufficiente a riassorbire gli effetti negativi prodotti da 7 anni di crisi. I margini di flessibilità del Fiscal Compact sono aumentati e la Banca Centrale Europea ha accentuato la politica monetaria espansiva, anche con il varo del “quantitative easing”, il programma di acquisti di titoli dei debiti sovrani dei Paesi dell’Eurozona. In questo quadro il Governo italiano ha potuto presentare una legge di stabilità in deficit senza conseguenze negative sui tassi di interesse pagati sul debito pubblico che, anzi, sono scesi ulteriormente.

Questi segnali sono certamente positivi ma, di fronte alla gravità della situazione economica e della disoccupazione e al protrarsi di una situazione di bassa crescita, rischiano di rivelarsi drammaticamente inadeguati. La disoccupazione, specie nella componente giovanile, permane molto elevata e la domanda per consumi non cresce. Nel suo rapporto “Noi Italia 2015”, l’Istat ha certificato per il 2013 che le famiglie in condizioni di povertà relativa erano il 12,6 per cento, poco più di 10 milioni di individui, pari al 16,6 per cento della popolazione totale. La povertà assoluta coinvolge il 7,9 per cento delle famiglie, per un totale di circa 6 milioni di individui
La crisi morde il freno dell’economia. La recessione intensa ha provocato non solo il calo dei consumi ma anche dei risparmi. Il livello dell’indebitamento privato degli italiani, che pure continua ad essere inferiore alla media europea, è aumentato e la ricchezza a disposizione delle famiglie si è progressivamente ridotta per far fronte ai bisogni crescenti derivanti dalla perdita del lavoro o dalla necessità contingenti. Tra il 2006 e il 2012 la ricchezza media netta in termini reali delle famiglie è diminuita del 9% ma la sua concentrazione è aumentata a beneficio dei cittadini più ricchi.
Per far ripartire l'economia a tassi decisamente superiori a quelli indicati dal Governo nelle previsioni del Documento di Economia e Finanza per il prossimo triennio è necessario aumentare il reddito disponibile delle famiglie, riducendo il carico fiscale.

Alcune forze politiche propongono di ridurre l’Irpef, l’imposta che grava sui redditi personali, attraverso l’introduzione di una “flat tax” (tassa piatta), sostituendo le attuali aliquote che gravano in modo progressivo sui redditi dei contribuenti con un’aliquota unica. L’obiettivo della progressività del prelievo continuerebbe ad essere assicurato tramite la concessione di una detrazione decrescente all’aumentare dei redditi da lavoro e da pensione. Per recuperare le risorse necessarie a finanziare questa operazione queste proposte prevedono il taglio delle “tax expenditures”, cioè dei benefici fiscali (detrazioni e deduzioni) oggi riconosciuti sulle diverse spese che il fisco ritiene meritevoli di agevolazione dal punto di vista sociale (dagli interessi sui mutui, alle spese per l’assicurazione; dalle spese sanitarie al welfare aziendale, ecc.).

Il risultato potrebbe, dunque, essere disastroso: meno tasse per la parte più ricca della popolazione, meno detrazioni e deduzioni sulle spese legate ai bisogni sociali e familiari e nessun beneficio concreto per i lavoratori e i pensionati che, avendo il sostituto di imposta, sono costrette a sopportare per intero il peso del prelievo dovuto.

Il progetto di legge di iniziativa popolare:“per un fisco più equo e giusto”, che la Cisl ha portato all’attenzione dei lavoratori, dei pensionati e di tutti i cittadini per la raccolta delle firme, in tutte le città italiane, ha come obiettivo quello di ridurre il carico fiscale che grava sul lavoro e sulle pensioni, tramite l’estensione dell’attuale bonus fiscale di 80 euro ad una platea più ampia di destinatari, prevedendone l’erogazione anche ai pensionati, ai lavoratori autonomi e agli “incapienti”, in misura piena se il reddito complessivo non supera i 40.000 euro e in misura ridotta se il reddito è compreso fra i 40.000 e i 50.000 euro.
Per trovare le risorse necessarie a finanziare il nuovo bonus la Cisl propone di realizzare una grande operazione redistributiva, con l’introduzione di una imposta ordinaria e progressiva sulle grandi ricchezze finanziarie e immobiliari, possedute dai cittadini più ricchi. La proposta della Cisl, infatti, prevede di tassare solo le famiglie che hanno una ricchezza superiore ai 500.000 euro, escludendo dalla base imponibile la prima casa di abitazione e i titoli di Stato.

Perché una nuova imposta sulla ricchezza netta, se si parte dalla costatazione di voler ridurre il carico fiscale che grava, innanzitutto, sul mondo del lavoro?
L’articolo 53 della nostra Carta Costituzionale, afferma che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva” e che “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Due principi fondamentali per assicurare la giustizia sociale e l’equità la cui attuazione, nel nostro ordinamento, resta attualmente affidata soprattutto all’Irpef, la nostra principale imposta che grava sui redditi delle persone fisiche e che agisce in modo progressivo, colpendo i diversi scaglioni di reddito con aliquote via, via crescenti, dal 23% al 43%.
All’Irpef, tuttavia, sono assegnati troppi obiettivi: è l’imposta che dovrebbe colpire il reddito, considerato come manifestazione della capacità contributiva complessiva; conseguire una maggiore equità, tramite la progressività dell’imposizione fiscale attuata mediante il meccanismo delle aliquote crescenti; realizzare obiettivi di carattere redistributivo attraverso il meccanismo della “No tax area” e delle detrazioni per tipologia di reddito.
Questi obiettivi risultano oggi in gran parte vanificati a causa dell’elevata evasione fiscale, con il risultato che l’imposta finisce per essere pagata prevalentemente da lavoratori dipendenti e pensionati, che rappresentano oltre l’85% dei dichiaranti e il 90% dei redditi dichiarati.
Quasi il 90% delle persone fisiche dichiara, infatti, meno di 35.000 euro di reddito annuo e solo una quota inferiore all’1% dei contribuenti italiani denuncia redditi superiori a 100.000 euro.
Il risultato è che la concentrazione della ricchezza finanziaria ed immobiliare è aumentata in modo esponenziale nell’ultimo quarto di secolo, con il lavoro che ha finito per essere tassato sempre di più. Secondo uno studio dell’Unione Banche Svizzere (UBS), nel 2014 i miliardari in Italia sono passati da 29 a 33 con un incremento della ricchezza del 18,6 per cento, ovvero salito da 97 a 115 miliardi di dollari, pari al 5,7 per cento del Prodotto interno lordo (PIL) italiano. Il 10% più ricco della popolazione possiede il 46,6% della ricchezza nazionale ed il 27% del reddito nazionale.
Per l’immediato, la scarsità delle risorse disponibili, l’insufficiente livello di crescita economica a cui il nostro Paese sembra comunque condannato nel breve periodo e gli impegni crescenti nei confronti dell’Europa per la riduzione del debito, ci impongono di realizzare una più efficiente distribuzione del reddito prodotto, chiedendo a quel 10% di italiani che detiene quasi il 50% dell’intera ricchezza nazionale, che va da 4.500 a 5mila miliardi di euro, un piccolo contributo nella direzione dell’equità fiscale, per il sostegno ai redditi e al rilancio dell’economia.
L’introduzione di un’imposta sulle grandi ricchezze, collegata ad una contestuale riduzione dell’Irpef, attutisce, fino a farle venire meno, le obiezioni di chi è contrario alla patrimoniale, per evitare meccanismi di doppia imposizione: o si tassa la ricchezza o si tassa il reddito che da quel patrimonio deriva. Nell’intenzione della Cisl, infatti, tutte le risorse derivanti dall’introduzione di un’imposta ordinaria netta e progressiva sulle grandi ricchezze devono essere interamente destinati alla riduzione del prelievo fiscale sui redditi da lavoro e da pensione, tramite l’erogazione del bonus di circa 1.000 euro l’anno ai redditi bassi e medi, recuperando così la progressività complessiva del sistema tributario, prevista dall’art. 53 della nostra Costituzione ed oggi negata dall’elevato livello dell’evasione fiscale.
Se si parte da questa considerazione, si spiega anche la preferenza della Cisl per un’imposta “ordinaria” sulla grande ricchezza, anziché “straordinaria”. Un prelievo ordinario sulla grande ricchezza presenta, nella situazione italiana, maggiore vantaggi rispetto ad un prelievo straordinario: consente un aumento strutturale del gettito tributario; mantiene più basso il livello delle aliquote applicabili e consente di realizzare l’equità fiscale nei confronti dei contribuenti percettori di reddito da lavoro o da pensione, tramite la destinazione delle risorse ottenute alla riduzione dell’Irpef.
Nella proposta di legge di iniziativa popolare presentata dalla Cisl non si indica il livello delle aliquote da applicare ma viene previsto, tramite un apposito principio di delega, che sia il Governo a farlo. La proposta è quella di un’imposta ordinaria e progressiva sulla ricchezza complessiva finanziaria ed immobiliare della famiglia superiore a 500.000 euro, escludendo la prima casa di abitazione e i titoli di Stato.
Solo il 4,1% delle famiglie italiane che ha una ricchezza, superiore alla soglia dei 500 mila euro, escludendo la prima casa di abitazione e il valore dei titoli di Stato, verrebbe assoggettato all’imposta. Peraltro, l’aliquota di prelievo più elevata si applicherebbe solo a chi possiede una ricchezza complessiva eccedente il milione di euro (sempre al netto del valore della prima casa di abitazione e dei titoli di Stato): si tratta di appena l’1,5% delle famiglie italiane che detiene il 40,5% della ricchezza complessiva del Paese.
Tra allarmismi vari, dettati dalla paura di nuove imposte e avventate fughe in avanti, frutto di impostazioni ideologiche dettate più dall’invidia sociale che fondate su solide argomentazioni economiche, la questione della tassazione sulle grandi ricchezze ha attraversato senza un nulla di fatto la storia repubblicana del nostro Paese (da Einaudi ai tempi nostri, passando per il prelievo straordinario e forzoso effettuato fra la notte del 9 e del 10 luglio 1992 dal Governo di Giuliano Amato). Ora, la situazione economica e sociale del Paese, la crescita bloccata, l’insostenibile livello raggiunto dall’evasione fiscale, l’iniquità nella distribuzione della ricchezza e le enormi inefficienze che questa produce, a livello della produttività complessiva del Paese, impongono di tramutare una riflessione mai decollata, in un Paese da sempre ostaggio delle lobbies economiche e finanziarie, in un’occasione per realizzare una grande riforma del sistema fiscale. La riuscita di questa scommessa risiede nella capacità della politica di stringere un rinnovato Patto fra lo Stato e i contribuenti, come condizione essenziale per favorire l’incontro fra l’equità, la crescita e la stabilità dei conti pubblici.

 

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