Sardegna. Lettera aperta del segretario generale Cisl Gavino Carta ai candidati presidenti della regione sarda

Cagliari 6 gennaio 2019 - E’ importante che i candidati a Presidente della Regione Sardegna dichiarino nei loro programmi che cosa intendono fare per promuovere il lavoro dei sardi e per migliorare le condizioni di vita di tutti i cittadini.

Certo non è sufficiente che questo venga affermato prima o durante la campagna elettorale. E’, invece, indispensabile che la politica e le istituzioni migliorino la propria funzione, soprattutto nella fase attuativa, dimostrando coerenza e rispetto di quanto viene loro richiesto dai lavoratori, dai pensionati, dai disoccupati, dalle imprese, dal mondo del volontariato e dell’associazionismo.

Ciò è particolarmente importante in un momento della vita del Paese caratterizzata da profonde divisioni politiche, dal prevalere degli antagonismi e degli egoismi.

In Sardegna è urgente ridare valore al lavoro, sostenere le imprese che, nonostante la crisi, resistono e creano ricchezza, investire sulla scuola e sulla formazione, promuovere e premiare la solidarietà individuale e sociale.

Questo sarà possibile se chi avrà la responsabilità di governare saprà aprirsi al dialogo e al confronto con chi rappresenta il mondo del lavoro, delle imprese, degli Enti Locali e del volontariato, rifuggendo dall’autoreferenzialità e dall’arroganza che spesso provengono dall’esercizio del potere e dall’idea, sbagliata, che il voto ed il consenso elettorale autorizzino a fare “tabula rasa” del buon senso, della ricerca faticosa e spesso necessaria della mediazione, dell’unità e della pace sociale.

Le Istituzioni forti necessitano infatti di una società ben rappresentata, forte e coesa, che possa positivamente, pacificamente e proficuamente interloquire con la società e per la costruzione del bene comune.

In tale contesto, le istituzioni, la Regione in primo luogo, possono essere soggetti di promozione dello sviluppo e del lavoro, ma anche di regolazione della pluralità degli interessi individuali e collettivi, sociali ed economici.

La Regione non può più essere un soggetto che assomma in sè capacità programmatoria, attuativa, di spesa, di controllo, di gestione……; una sorta di entità tentacolare che si allunga, limita e riduce le altre istanze rappresentative, disconoscendo i principi della sussidiarietà e il ruolo degli altri soggetti in campo.

Non era questa l’idea dell’autonomia e della specialità che, nella nostra storia, si confrontò con lo Stato “accentratore”.

Ecco quindi l’esigenza di riprendere con maggior forza e vigore il confronto Stato-Regione, rivedendo e rafforzando i contenuti del patto costituzionale e, nel contempo, avviando una revisione del ruolo della Regione, rivisitandone la funzione a favore degli enti locali (comuni ed Enti intermedi), non solo sul versante della disponibilità delle risorse finanziarie, ma anche su quello dei poteri programmatori e attuativi.

Mentre imperversa la richiesta delle Regioni del Nord di riconoscimento di un’autonomia che andrebbe ben oltre quella speciale, storicamente attuata, è più che urgente dunque avviare un forte confronto con il Governo sia sulla nostra peculiare condizione di insularità, sia sui limitati poteri statutari da implementare in direzione dei diritti delle persone, della collettività sarda più in generale e dell’Ente Regione.

Il contenzioso con lo Stato sarà tanto più efficace quanto più efficiente e capace si dimostrerà il gruppo dirigente che verrà eletto con le prossime elezioni regionali. La cartina al tornasole di questa possibile nuova stagione della politica sarda sarà l’impegno per ridare valore al lavoro, per una sanità e servizi sociali accessibili e diffusi nell’isola, privilegiando i diritti fondamentali della persona e della famiglia, per combattere la povertà e l’esclusione sociale( in primo luogo disoccupati di lunga durata, anziani con pensioni insufficienti, malati, portatori di handicap, emarginati per i motivi più disparati e diverse categorie a rischio), superare il gap sulle infrastrutture materiali (energia, trasporti, Telecomunicazioni, etc.) e immateriali (sanità, assistenza, scuola, formazione, Università e ricerca, credito, servizi), rafforzare le politiche di settore ( agricoltura e industria) in un quadro di compatibilità ambientale, valorizzare tutto quanto appartiene alla cultura e alla identità dell’Isola, incidendo così in maniera tangibile nella creazione e distribuzione della ricchezza e nella riduzione delle disuguaglianze. E’ questo infatti il compito primario della politica.

A tal proposito appare significativo e forte ( per dove proviene) il pensiero, non di un rappresentante del sociale, ma del mondo dell’impresa:

“Non possiamo demandare ai mercati – diceva Sergio Marchionne - la creazione di una società equa, perchè i mercati non hanno coscienza, non hanno morale, non sanno distinguere tra ciò che è giusto e ciò che non lo è .Sono una struttura che disciplina le economie, non la società. Se lasciamo che essi agiscano come meccanismo operativo della società, tratteranno anche la vita umana come una merce”.

C’è una grande verità in questa affermazione che sottintende, crediamo, anche la necessità che pure le economie, comprese quelle locali e regionali, non solo quelle nazionali e mondiali, vadano regolate dalla politica e dalle istituzioni, per limitare i talvolta “ spiriti animaleschi “ del mercato. Il sindacato è autorità di rappresentanza e tutela, ma è anche soggetto importante sui processi di sviluppo e regolazione. Proprio per questo ribadisce la sua disponibilità a lavorare e confrontarsi con la politica, le istituzioni e la Regione per costruire insieme le condizioni di una società migliore e più giusta.

 

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