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Lavoro. Romani: “Salario minimo strumento utile solo nei Paesi in cui l’inesistenza o l’inconsistenza di parti sociali autonome renda necessaria una rozza tutela minima”

Pubblicato il 12 Mag, 2021

“Non si capisce a quale fine, mentre in Europa si sta cercando una faticosa mediazione per l’emanazione di una direttiva che valorizzi la centralità della contrattazione nella determinazione dei salari e delle tutele dei lavoratori e mentre il piano di rilancio del Paese ed i grandi mutamenti dettati dalla digitalizzazione del lavoro dovrebbero suggerire la necessità di aumentare il coinvolgimento della rappresentanza dei lavoratori, anche nell’elaborazione delle scelte strategiche, attraverso strumenti di partecipazione, vi siano forze politiche che si prestano ad iniziative che, oltre a minare le relazioni sociali, offrono alle imprese più spregiudicate, una conveniente alternativa al confronto e alla contrattazione”. Lo dichiara in una nota il Segretario confederale della Cisl, Giulio Romani. “Il salario minimo è uno strumento utile solo nei Paesi in cui l’inesistenza o l’inconsistenza di parti sociali autonome renda necessaria una rozza tutela minima dei lavoratori, altrimenti indifesi.
Settanta anni di storia del sindacato confederale nella Repubblica consentono però all’Italia una copertura pressoché universale della contrattazione che non è fatta solo di salario ma anche di un incomparabile sistema di diritti, da quelli accessori alla retribuzione come orari di lavoro, ferie, permessi, trattamenti di malattia, di maternità, aspettative, welfare sanitario e pensionistico, sistemi premianti, inquadramenti, trattamenti di anzianità, automatismi economici ecc. a quelli di informazione e consultazione che consentono ai lavoratori di essere coinvolti attraverso i sindacati nelle scelte che li riguardano. Allora perché offrire ai datori di lavoro la facile alternativa di cavarsela con un salario rispettoso solo dei minimi di legge e, magari, un contratto individuale? In Europa la più ferma opposizione ad una direttiva sul salario minimo, comunque formulata, viene dai sindacati dei paesi nordici, cioè da quei paesi in cui la copertura sociale ha raggiunto i massimi livelli di efficienza. Dovrebbe bastare questa considerazione a farci riflettere su quanto sia sbagliato insistere in Italia, uno dei pochi Paesi in Europa ad avere un tasso di copertura della contrattazione perfino superiore a quello dei paesi scandinavi, su formule che, anziché incentivare e valorizzare la contrattazione dei sindacati più rappresentativi, rischiano di sostituirla con soluzioni a dir poco primitive, che potrebbero far regredire i diritti dei lavoratori a condizioni elementari. L’ennesimo disegno di legge sul salario minimo, in questa fase rischia dunque di essere solo un dannoso disincentivo ai rinnovi contrattuali della cui qualità il lavoro ha bisogno. Se volesse davvero accompagnare i lavoratori in un’evoluzione dei diritti, il Parlamento si dovrebbe prodigare nello sviluppare una proposta legislativa per dare finalmente seguito all’articolo 46 della costituzione e aprire alla partecipazione dei lavoratori in tutte le forme possibili”.

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