«Quando esiste un divario strutturale tra uomini e donne, non siamo di fronte soltanto a una differenza economica ma anche di potere contrattuale, di sicurezza, di prospettiva. Sono aspetti che nel commercio, turismo, servizi, logistica, comparti architrave dell’economia italiana, sono ancora più evidenti. Sono anche settori nei quali la presenza femminile è altissima ma troppo spesso concentrata nelle fasce più esposte alla discontinuità, alla frammentazione, al part-time involontario». Lo ha dichiarato Daniela Fumarola concludendo a Roma l’iniziativa promossa dalla Fisascat Cisl dedicata al tema della parità di genere, alla vigilia dell’ 8 marzo.
«Se vogliamo parlare seriamente di parità salariale dobbiamo avere il coraggio di dire che il problema non nasce solo nella differenza tra due buste paga. Nasce prima, nell’accesso all’occupazione, nella continuità del lavoro, nei percorsi di carriera, nell’organizzazione dei tempi e nella distribuzione dei carichi di cura», ha proseguito Fumarola.
«In Italia il tasso di occupazione femminile resta significativamente più basso della media europea. Una parte consistente di donne in età lavorativa resta fuori dal mercato del lavoro per ragioni legate alla cura familiare. Molte altre sono occupate in forme contrattuali più deboli, con orari ridotti non per scelta ma per necessità. Questo significa meno reddito oggi, meno contributi domani, pensioni più basse lungo tutto l’arco della vita».
Nel corso dell’iniziativa è stato inoltre richiamato il ruolo della nuova normativa europea sulla trasparenza retributiva.
«La direttiva europea 2023/970 sulla trasparenza retributiva rappresenta un passaggio importante. Per la prima volta si introduce un principio di verificabilità strutturata: diritto all’informazione, obbligo di reporting, confronto quando emergono scostamenti non giustificati. Si crea la possibilità di rompere il tabù culturale dell’opacità salariale».
«Il vero terreno della sfida riguarda ora l’attuazione concreta della norma: la definizione di lavoro di pari valore, la classificazione delle mansioni, la costruzione dei sistemi di progressione, il peso delle componenti variabili e dei premi. Qui entra in campo la contrattazione collettiva perché la parità non si impone per decreto: si costruisce attraverso regole negoziate nella dimensione collettiva».
Infine, l’appello alla partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori nei processi decisionali.
«La parità è partecipata o non è. Non basta conoscere le differenze: bisogna avere strumenti per intervenire come la contrattazione, la rappresentanza, la capacità di stare dentro l’organizzazione del lavoro e modificarla. Se le lavoratrici e i lavoratori non sono messi nella condizione di partecipare ai processi decisionali che riguardano l’organizzazione del lavoro, la trasparenza rischia di essere una fotografia senza possibilità di intervento».















