“Il reclutamento del personale, segnato dalla logica dei concorsi unici, la sua distribuzione geografica, i percorsi di carriera, hanno finito per essere governati da meccanismi che mescolano rigidità insite in ordinamenti professionali da innovare, precarietà del lavoro e scarsa attenzione alle competenze necessarie. Ciò impone una ridefinizione dei fabbisogni del personale in base ai servizi attesi ma anche una attenta riconsiderazione delle competenze, delle esperienze e dei saperi disponibili, per non disperdere l’enorme patrimonio di professionalità presente. L’obiettivo deve essere, in primo luogo, la riconversione delle abilità e delle competenze del personale in servizio per migliorare i servizi ai cittadini. Occorre inoltre rendere più visibile la responsabilità organizzativa del dirigente ai risultati di volta in volta realizzati, evitando che l’attribuzione degli incarichi dirigenziali ed i processi di valutazione siano governati esclusivamente dai rapporti di “fiduciarietà” fra dirigenza ed autorità politica”.
Per Furlan e Petriccioli “occorrono risorse per cambiare i sistemi di inquadramento e classificazione, collegandoli alle nuove esigenze organizzative. Rimuovere i tetti ai trattamenti economici accessori (fermi agli importi del 2016) ed estendere al lavoro pubblico le medesime misure di detassazione della produttività disponibili da anni per il lavoro privato. È urgente operare affinché si superi quel clima di marcata ed ingiusta sfiducia nei confronti del lavoro pubblico, costruito sulle inefficienze della politica e sugli errori di pochi ed ingigantito dalla rappresentazione mediatica. Auspichiamo, dunque, che il nuovo Governo possa contribuire a superare la contrapposizione sociale tra pubblico e privato e fra pubblici amministratori, dirigenti e dipendenti che si è verificata nel corso degli ultimi venti anni. Per questo occorre abbandonare la politica degli slogan e degli annunci e lavorare, tutti insieme, per costruire il futuro del lavoro pubblico e del Paese”.





