Il caro energia in Sardegna non è soltanto una bolletta più alta. È un costo che entra nella mobilità, nei prezzi, nei bilanci delle imprese e nel lavoro. E rischia di trasformarsi in un freno allo sviluppo dell’Isola.
È da qui che, per la CISL Sardegna, bisogna partire. Perché nell’Isola il costo dell’energia si somma a quello della distanza, dei trasporti e dell’insularità e incontra famiglie con redditi più deboli e un sistema produttivo che ha bisogno di tornare a crescere.
Secondo ISTAT, nel 2022 una famiglia sarda spendeva mediamente 199,95 euro al mese per i trasporti, quasi 2.400 euro l’anno. Le elaborazioni CIPNES su dati ISTAT riferiti al 2020 stimavano inoltre in circa 1.312 euro l’anno la spesa media per l’energia domestica.
Mettendo in relazione, a puro titolo indicativo, queste due grandezze, pur riferite ad annualità diverse, emerge un ordine di grandezza superiore ai 3.700 euro l’anno per famiglia. Non è un indicatore statistico ufficiale, ma una elaborazione della CISL Sardegna che aiuta a rappresentare una realtà molto concreta: il costo dell’energia non finisce dentro casa. Continua quando usciamo e dobbiamo muoverci.
«In Sardegna non possiamo guardare soltanto alla bolletta – afferma Pier Luigi Ledda, segretario generale della CISL Sardegna –. Dobbiamo considerare il costo per andare al lavoro, accompagnare un figlio a scuola, raggiungere un ospedale, spostare una merce verso un porto, far funzionare un’impresa. Il costo dell’energia entra ormai dentro quasi tutto quello che facciamo».
La spesa per i trasporti assorbiva nel 2022 quasi il 9% della spesa media familiare sarda. Dietro quel dato ci sono il lavoratore che percorre ogni giorno decine di chilometri, chi vive nelle aree interne, chi deve raggiungere una scuola, un ospedale o un servizio senza avere una reale alternativa all’automobile.
Nel 2024 i capoluoghi delle Isole registravano 723 auto ogni mille abitanti, contro una media di 651 nei capoluoghi italiani, mentre l’offerta di trasporto pubblico locale nei capoluoghi insulari era pari a 2.027 posti-km per abitante, contro i 7.590 del Nord-Ovest.
«In troppi territori sardi l’auto non è ancora una possibilità tra le altre. È una necessità. E quando aumenta il carburante, quel costo non si può semplicemente evitare», sottolinea Ledda.
Al 19 settembre 2026, secondo i dati ufficiali del MIMIT, in Sardegna il gasolio self costava mediamente 2,343 euro al litro, contro 2,330 della media nazionale; la benzina self 2,162 euro, contro 2,153 in Italia. Il confronto è riferito alla stessa giornata.
«La differenza rispetto alla media nazionale è contenuta, ma pesa in un territorio nel quale per moltissime persone l’automobile resta una necessità».
Le elaborazioni dell’Ufficio studi di Confcommercio indicano che, nello scenario più sfavorevole considerato per il 2027, un nuovo shock energetico potrebbe portare l’inflazione fino al 3,7%, ridurre di circa mezzo punto i consumi reali, con una perdita stimata in 250 euro per famiglia e 6,5 miliardi complessivi, mentre le spese obbligate potrebbero arrivare al 42,9% dei consumi.
Sono scenari, non previsioni certe. Ma il meccanismo è chiaro: se una famiglia deve spendere di più per carburanti, energia e beni essenziali, avrà meno risorse per tutto il resto; se contemporaneamente aumentano anche i costi delle imprese, meno reddito disponibile può trasformarsi in meno consumi, meno investimenti e alla fine meno lavoro.
È qui che tornano ad assumere un significato nuovo i dati presentati nelle scorse settimane dalla CISL Sardegna con il Rapporto “Sardegna, il valore del lavoro”.
Tra il 2008 e il 2023 le retribuzioni reali dei dipendenti privati sardi sono diminuite del 15,2% e nel 2023 la retribuzione media annua nell’Isola era di 17.642 euro, contro i 23.630 euro della media italiana.
«Il caro energia rischia di colpire proprio dove il potere d’acquisto è già più debole – sottolinea Ledda –. Cento o duecento euro in più non pesano allo stesso modo su tutti i redditi».
A rendere più fragile il quadro c’è anche una struttura dei consumi energetici diversa dal resto del Paese. Le elaborazioni CIPNES su dati ISTAT riferiti al 2020 stimavano che l’elettricità rappresentasse il 51,6% della spesa energetica delle famiglie sarde, contro il 40,3% nazionale, mentre il peso del metano si fermava al 5,3%, contro il 43,5% indicato per l’Italia.
Per la CISL, però, energia e industria sono ormai la stessa questione. Le difficoltà del Sulcis e di Portovesme, il futuro produttivo di Porto Torres, il ruolo di Macchiareddu e le prospettive di Fiume Santo, della centrale Grazia Deledda e di Sarlux richiedono una strategia capace di garantire sicurezza energetica, competitività e continuità produttiva.
«Le soluzioni transitorie possono essere necessarie per garantire sicurezza energetica, continuità produttiva e tutela del lavoro. Ma devono avere tempi, obiettivi e sbocchi chiari ed essere collocate dentro una roadmap capace di accompagnare la Sardegna verso il nuovo assetto energetico e industriale», dichiara il segretario Ledda.
In questo quadro, la CISL guarda al nuovo PEARS e all’attuazione del DPCM Energia Sardegna, chiedendo che lo scenario di sviluppo industriale individuato dalla Cabina di regia venga tradotto in scelte concrete su generazione, reti, accumuli, sicurezza, costi dell’energia, efficienza, autoconsumo, ricerca e competenze.
«Non dobbiamo dimensionare il futuro energetico della Sardegna sulla domanda di oggi. Dobbiamo dimensionarlo sulla Sardegna che vogliamo costruire domani. Se lo scenario scelto è quello dello sviluppo industriale, bisogna essere conseguenti: programmare un sistema energetico capace di sostenere nuovi investimenti, nuova produzione e nuovo lavoro. Il sistema energetico va costruito sullo scenario dello sviluppo, non su quello del ridimensionamento».
Anche l’attuazione dell’ETS2 dovrà tenere conto della condizione insulare.
«La transizione ecologica è necessaria, ma la Sardegna non può pagarla due volte: prima attraverso maggiori costi per famiglie e imprese e poi attraverso una perdita di competitività e di lavoro», prosegue Ledda.
Per il sindacato, infine, la risposta al caro energia non può esaurirsi nelle misure emergenziali. Servono una politica industriale di lungo periodo, investimenti, infrastrutture, ricerca, formazione e una contrattazione più forte, capace di aumentare il valore prodotto e redistribuito attraverso il lavoro.
«Energia, mobilità, salari, industria, infrastrutture e lavoro non sono problemi separati. Sono pezzi della stessa Sardegna che dobbiamo costruire. Non possiamo limitarci a gestire quello che succede. Dobbiamo tornare a costruire il futuro», conclude il Segretario.








