Politica industriale complessiva che valorizzi la seconda manifattura italiana per numero di addetti, con l’adozione di interventi a sostegno delle imprese e degli investimenti nel nostro Paese; riforma e rifinanziamento degli ammortizzatori sociali, inclusiva di tutti i lavoratori del comparto; attenzione alle politiche di filiera e di sostenibilità, che considerino legalità, salute e sicurezza come elementi prioritari; impegno diretto e costante del Ministero delle Imprese e del Made in Italy sui singoli Tavoli di crisi; Tavolo permanente per concordare eventuali azioni correttive, che a partire da casi di deindustrializzazione dei distretti, valuti atti concreti per contrastare il fenomeno. Questi i cinque punti proposti da Filctem Cgil, Femca Cisl, Uiltec Uil al Tavolo della Moda, che si è tenuto oggi al Mimit.In primo luogo – affermano le organizzazioni sindacali – è necessario che l’intera filiera sia trasparente in termini di legalità, responsabilità solidale, applicazione contrattuale. Concorrenza sleale e dumping contrattuale, economico e normativo, forme distorte di esternalizzazione, non sono più accettabili. In tal senso sarebbe opportuno intervenire in maniera più efficiente sul cosiddetto “eccessivo appalto”, che crea un’articolata struttura di aziende, spesso non in regola e difficilmente controllabili, con evidente rischio anche per la salute e la sicurezza dei lavoratori. Sarebbe auspicabile applicare le norme esistenti, quali ad esempio la regolamentazione della responsabilità in solido tra il terzista e i suoi committenti per le contribuzioni non versate, prevista dall’art.29 del d. lgs 276/2003, poi convertito con legge 296/2006 e riconosciuto valido per tutto il lavoro esternalizzato. I committenti dovrebbero operare con l’ufficializzazione dei contratti (secondo CNA più del 50% dei contratti commerciali è informale), per fronteggiare la debolezza delle aziende terziste, già provate da una compressione dei compensi. In questo senso è necessario che vi siano strumenti per superare il limite dimensionale, favorendo la creazione di consorzi, accordi di rete, fusioni societarie, con il sostegno pubblico, per garantire alle singole realtà il rispetto delle norme europee su tracciabilità, transizione energetica, digitalizzazione ed economia circolare.Appare inoltre necessario – proseguono i sindacati – un intervento sulle politiche energetiche e una sostanziale rivisitazione delle normative a sostegno del Made in Italy. Gli incentivi alle imprese dovrebbero essere di facile e rapido accesso, sostenere lo sviluppo dei processi aziendali e favorire la crescita professionale degli addetti del settore, a fronte di specifiche condizionalità legate al mantenimento della buona e stabile occupazione.In merito al nuovo modello di gestione delle vertenze sindacali, annunciato dal Mimit – dichiarano le OOSS – crediamo non condivisibile la decisione di decentrarla e a livello regionale nel caso di aziende fino a 250 dipendenti. Sottrarsi al proprio ruolo di Governo e di regia nazionale, in un momento così delicato per il sistema industriale del nostro Paese, è una scelta grave, che scarica sulle Regioni il coordinamento su controversie in imprese spesso a carattere transnazionale.L’intero settore manifatturiero, il secondo d’Europa, – concludono le organizzazioni sindacali – manifesta da tempo grosse difficoltà, rese evidenti, negli ultimi due decenni, da un ricorso massiccio agli ammortizzatori sociali ordinari e straordinari, sia nel comparto industriale che in quello artigiano e delle PMI. Non bastano interventi spot di sostegno al reddito dei lavoratori dipendenti che, oltre ad essere insufficienti (vedi il recente DL 160/24), non riflettono una prospettiva sistemica di ripresa né una politica industriale seria.
Crisi moda. Dai Sindacati una proposta in 5 punti: nuova politica industriale, riforma ammortizzatori sociali, sicurezza, impegno Mimit, tavolo permanente
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