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Emergenza Coronavirus: cautele e necessità di regole certe e protocolli condivisi per l’utilizzo di strumenti di controllo dello stato di salute dei lavoratori

Pur essendo ancora in corso la  c.d. Fase 1,  nella quale le aziende che svolgono  le attività lavorative “non sospese” (ai sensi del DPCM 22 marzo u.s.) sono obbligate alla stesura e applicazione del Protocollo aziendale di sicurezza anti-contagio (come previsto dal Protocollo condiviso del 14 marzo, reso vincolante dallo stesso DPCM, dapprima citato) che prevede, tra i diversi interventi, la regolazione e il contingentamento degli accessi in azienda, compresa la possibilità di controllo della temperatura corporea dei lavoratori (e, forse, anche dei fornitori e appaltatori),  in un prossimo futuro (che si auspica a breve), si avvierà la c.d. Fase 2.
 
In vista della ripresa delle attività, che sarà necessariamente graduale, ritenuti indispensabili interventi di  controllo, relativi al possibile contagio da Covid-19, di coloro i quali devono accedere in azienda, a diverso titolo e per le molteplici ragioni connesse all’attività, la comunità scientifica (composta non solo da scienziati medici) sta considerando vari strumenti di controllo: sensori individuali per il tracciamento dei contatti, APP per la rilevazione degli spostamenti, tamponi, test sierologici. 
 
In queste ore la comunità scientifica sta ragionando con il Governo per poter dare indicazioni lineari e certe, considerata l’ancora non definitiva valutazione sull’affidabilità di tali strumenti di controllo, dovendo al contempo registrare fughe in avanti da parte delle Regioni e dei Comuni. Nei giorni scorsi, difatti, come noto, a Pavia è stata avviata una sperimentazione mediante test sierologici, sulla cittadinanza e in due aziende, autorizzate alla prosecuzione dell’attività lavorativa. Per adesso la sperimentazione sta avvenendo su base volontaria, ma se a livello di cittadinanza le conseguenze della rilevazione di tali dati possono avere ricadute delicate, per quanto concerne la popolazione lavorativa le conseguenze possono/sono di ben più ampia complessità, non solo sull’immediato per quanto concerne la rilevazione del dato e della sua gestione, ma per quanto attiene alle conseguenze sul piano lavorativo. 
 
Il tema dell’utilizzo degli strumenti di controllo, visti i numerosi riflessi che possono determinarsi, richiedono ad oggi posizioni di grande cautela, come quelle sostenute da molti autorevoli scienziati e figure apicali delle autorità competenti, per questo è quanto mai necessario non assumere posizioni pubbliche avventatamente favorevoli, come negli ultimi tempi da parte della FIM, senza attendere conferme univoche e certe sul livello scientifico e, comunque, non pretendendo, anche prima di qualsiasi sperimentazione, protocolli nazionali rigorosi e rispettosi delle disposizioni dettate dalla disciplina della privacy (nazionale e comunitaria), ri-precisate di recente dal Garante, con le dovute specifiche, declinate alla luce della situazione emergenziale che stiamo vivendo. 
 
Non dovendo esprimere alcuna contrarietà a priori, considerato che potranno di sicuro molti strumenti, anche innovativi, aiutarci a coniugare le primarie esigenze di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori con la necessaria ripresa delle attività lavorative, specie nelle gradualità del riavvio della c.d. Fase 2, si segnalano alcuni elementi criticità, in specifico per quanto riguarda i lavoratori.
 
Sulla base delle frammentarie informazioni oggi a disposizione sugli strumenti di controllo (a partire dai test sierologici per il controllo della presenza degli anticorpi nel sangue), si devono considerare i seguenti punti di attenzione:
 
• la natura invasiva del test, visto che è un prelievo del sangue (sul quale non vi sono ad oggi disposizioni normative mirate, a differenza di quanto già previsto per alcuni controlli sui lavoratori, sulla base di precisi protocolli sanitari relativi ad esposizione a rischio specifico); 
• la gestione e l’utilizzo dei dati che vengono ad essere rilevati a seguito del prelievo (da parte di aziende e/o istituti preposti all’analisi dei campioni). Dati sensibili che potrebbero rivelare lo stato di salute complessivo del lavoratore, il quale potrebbe sulla base delle risultanze venire discriminato (emergendo anche solo condizioni di fragilità); 
• la gestione da parte delle aziende di tutti coloro (possibili numeri alti) che dovessero risultare privi di anticorpi in grado di resistere al contagio da Covid-19;
• la gestione dei casi di falso positivo e falso negativo (a detta degli esperti di circa 15%); 
• La necessaria ripetitività del test, considerata la copertura garantita dell’esito non superiore ad una settimana; 
• la gestione del lavoratore nel tempo di attesa dell’esito (che deve necessariamente essere elaborato da un istituto competente);
• la gestione dei prelievi all’accesso all’azienda, specie per le realtà ad alta affluenza. 
 
A valle di questi aspetti,  in attesa di indicazioni chiare dal Governo e dalle autorità centrali competenti, si richiede di monitorare le realtà lavorative sul territorio, impedendo la pratica di questi interventi sui lavoratori, a fronte anche della già avviata richiesta da parte della CISL confederale di aprire un tavolo nazionale per giungere alla stipula di precisi protocolli che individuino gli strumenti di controllo adeguati e definiscano le procedure di gestione, nel rispetto dei lavoratori, a favore della tutela della salute di tutti, e al fine di contrastare la diffusione del Covid-19.

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