Ventiquattro anni fa la mano vigliacca del terrorismo brigatista spezzava la vita di Marco Biagi. Ma non ha fermato le sue idee.
Marco Biagi è stato uno dei più grandi giuslavoristi del secondo dopoguerra. Un riformista autentico, radicato in una visione personalistica e solidaristica del lavoro: la persona al centro, la contrattazione come luogo di incontro tra soggetti liberi, lo sviluppo umano integrale come orizzonte.
Ricordarlo oggi non è un gesto rituale. È una responsabilità politica e civile.
Perché le trasformazioni che aveva anticipato — digitalizzazione, discontinuità professionali, nuove fragilità — sono qui, più urgenti che mai. E il suo metodo — partire dalla realtà, costruire soluzioni negoziate, rifiutare le ideologie sterili — è ancora la bussola più utile che abbiamo.
Uno degli ultimi progetti che stava elaborando era uno Statuto della persona nel mercato del lavoro: non centrato sul “posto fisso”, ma sulla persona che attraversa più lavori, più transizioni, più fasi della vita. Una persona da accompagnare, sostenere, tutelare nella dignità.
Quel progetto è ancora davanti a noi.
Le idee non si uccidono.
Il modo più autentico per onorare Marco Biagi è continuare a lavorare perché il lavoro sia oggi, più che mai, un faro di dignità e partecipazione.






