Le aziende concessionarie della distribuzione nazionale gestiscono poco meno di un milione e mezzo di chilometri di linee elettriche. In forte prevalenza sono quelle ereditate dal precedente Ente pubblico, costruite in 70 anni di investimenti (va ricordato che la nazionalizzazione dei primi anni ’60 nasceva anzitutto dalla necessità di portare “la luce” a tutti gli italiani, molti dei quali ancora non allacciati). Oltre 65 mila dipendenti se ne occupavano e le aziende – una volta consolidatesi – spesso sono state giudicate tra le più efficienti al mondo, specie guardando al rapporto tra il numero degli addetti e gli utenti serviti.
La rete elettrica, è un dato oggettivo, non è mai stata e non può essere un asset a priorità economica. Un tempo il Ministero competente ricorreva al price-cap per migliorarne le performances, misurate su parametri tecnici variabili della gestione. Poi la situazione si è capovolta e la rete, monopolio naturale ad uso costituzionale dello Stato, è impropriamente diventato area di business su cui si agisce come fosse entità di mercato, con gli stessi criteri degli altri segmenti del ciclo elettrico integrato che vivono di concorrenza. Eppure, i margini di guadagno nella rete sono garantiti da ARERA, certi e remunerativi, tali da assicurare adeguati utili alle aziende. Nessun rischio d’impresa, dunque, perché la sua efficiente funzione è la priorità che lo Stato deve garantire. Tatò, quando parlava della rete, sosteneva di “essere seduto sopra una miniera d’oro” perché le entrate relative avevano la certezza dei buoni del tesoro.
Ma la rete non è soltanto cavi e sostegni. Non è nemmeno automazioni e modernità che riducono i tempi delle interruzioni: la rete è tutto ciò, insieme ai lavoratori che la fanno vivere, che ne garantiscono il funzionamento in ogni momento e in ogni situazione: è la storia che lo conferma.
La rete sono i Lavoratori che vi operano, mentre gli asset tecnologici non avrebbero alcun valore senza le abilità di chi “conduce il convoglio”. Oggi i dipendenti della rete sono un quinto del passato, ancorché la rete si sia ulteriormente estesa: pochi, insufficienti, stressati. Sono in affanno perenne. I territori sono diventati isole deserte e i tempi di intervento, specie in caso di guasto, hanno raggiunto ritardi inaccettabili. Per correre ai ripari si sono inventante le alchimie tecniche e procedurali più impensate con l’unico fine di esternalizzare le attività, cosicché lavori cruciali per il servizio sono usciti dalle competenze e dalla pratica delle imprese elettriche. Perizie che oggi si trovano disperse in capo a soggetti estranei al concessionario che non hanno alcun obbligo di servizio pubblico o di responsabilità delegata di garanzia, i quali, al cambio delle concessioni, potrebbero non esistere più o avere in mano esperienze di ricatto irreperibili sul mercato.
Cedere sovranità tecnica, cedere competenze è un suicidio; un modo non soltanto per perdere competitività di sistema, ma di mettere a rischio la continuità del servizio per seguire utopismi non ben ponderati: l’utopia della fuga dal ruolo, ispirata a correnti di pensiero lontane dalla concretezza e dalla razionalità.
A tutto ciò si è aggiunta ora una inattesa (si fa per dire) crisi energetica dentro la transizione che dovrebbe condurci alla decarbonizzazione.
Le aziende concessionarie si dicono pronte.
Tra loro, anzi, c’è chi chiede di anticipare le date stabilite per la transizione: sostengono di non avere problemi di rete. C’è chi azzarda numeri che ignorano la realtà, che non considerano i criteri di funzionamento del sistema, che trascurano la vulnerabilità e le incertezze indotte dalla drammatica dipendenza dall’estero del nostro Paese. Intanto, nessuno si interroga sulle difficoltà a raccogliere l’energia prodotta da FER al sud per portarla nel nord del Paese, dove le rinnovabili non sembrano attecchire e dove i consumi sono maggiori. E’ vero la rete elettrica in concessione alle imprese sostiene oltre 33 milioni di utenti in circa 8.000 comuni d’Italia, ma sono le istituzioni del sistema a dire che ne manca almeno il 10% del totale. E questo dovrebbe richiamare la responsabilità e il rigore dei concessionari senza chiedere accelerazioni o indicare date impossibili, constatato che altrettanta solerzia non si vede negli investimenti e nelle assunzioni di personale con i quali iniziare a coprire almeno le carenze che sono sotto gli occhi di tutti.
I numeri e i tempi della transizione energetica fanno discutere e spesso sono motivo per classificare chi sta o no dalla parte della decarbonizzazione. Ma se per raggiungere gli obiettivi all’anno 2030 la produzione da FER deve accentuare la crescita di otto volte rispetto ad oggi, chi conosce le normative, le competenze istituzionali distribuite, i dischi rossi e verdi alla realizzazione degli impianti non può che invitare alla razionalità e al senso pratico. Non bastano i fichi secchi per il pranzo di matrimonio: senza i Lavoratori elettrici e gli investimenti nelle reti non ci sarà alcuna transizione energetica.
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