Orrù: «La partecipazione è la base da cui ripartire per costruire un modello di sviluppo più equo e inclusivo». Fumarola: «Le vertenze aperte in questi territori ci ricordano quanto sia importante difendere e rilanciare la presenza industriale in zone del nostro Paese che non possono permettersi processi di desertificazione produttiva. Vivere e lavorare in montagna deve restare una scelta possibile, non diventare un sacrificio».
«La partecipazione intesa come patto di corresponsabilità tra imprese e lavoratori, tra cittadini e istituzioni, tra comunità e portatori di interesse è la base da cui partire per rilanciare i nostri territori, per costruire un modello di sviluppo più equo e inclusivo, contrastare la perdita di attrattività che sta colpendo da tempo la provincia di Belluno e costruire un’economia fondata sulla condivisione e sulla ricerca del bene comune, vera riconquista della dignità del lavoro“. È il messaggio lanciato dal segretario generale Francesco Orrù nel corso del Consiglio generale della Cisl Belluno Treviso, svoltosi oggi a Feltre, alla presenza della segretaria generale della Cisl nazionale, Daniela Fumarola.
I lavori, a cui hanno partecipato circa 150 sindacalisti fra delegati e dirigenti, hanno approfondito il tema della partecipazione, e non solo per quanto previsto dalla Legge 76/2025 di iniziativa popolare promossa dalla Cisl e approvata dal Parlamento meno di un anno fa introducendo disposizioni innovative relative alla partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili delle imprese e segnando una svolta significativa nel panorama delle relazioni industriali italiane.
«Per la Cisl – ha sottolineato il segretario generale territoriale nella sua relazione introduttiva – la partecipazione rappresenta uno strumento concreto per rafforzare la coesione sociale, restituire centralità al lavoro e costruire un’economia fondata sulla condivisione delle responsabilità e sulla ricerca del bene comune». Una prospettiva che, secondo Orrù, può diventare la base da cui partire per affrontare le criticità che attraversano oggi il territorio bellunese e rilanciarne le prospettive di sviluppo.LA RICERCA – A restituire una fotografia aggiornata della situazione socio-economica della provincia è stata un’analisi realizzata dal Centro Studi della Cisl Belluno Treviso, che ha messo in evidenza luci e ombre del territorio. I dati sull’occupazione risultano solo parzialmente confortanti: negli ultimi 6 anni il numero di occupati, fatta eccezione per il periodo del Covid, si è mantenuto sostanzialmente stabile, attorno alle 90mila unità. Va però evidenziato come, pur restando positivi, i saldi occupazionali mostrino un progressivo rallentamento, passando da 1.635 del 2023 a 902 del 2025, segnale di una dinamica del lavoro che tende a perdere slancio. Un altro elemento da sottolineare è che i tassi di occupazione stanno diminuendo nelle fasce giovani (nel 2023 l’84% della fascia 25-34 anni era occupato, l’anno successivo il 75%) e aumentando dai 45 anni in su.
Altro campanello d’allarme è la crescita della cassa integrazione negli ultimi due anni: più di 5 milioni di ore di Cig autorizzate nel 2024 e 4 milioni 325mila nel 2025, sui livelli di 8 anni fa. Ma va sottolineata anche la riduzione del numero d’imprese, passate dalle 13.825 del 2021 al 12.808 della fine del 2024: -7%. Una situazione che rischia di aggravarsi con l’acuirsi delle crisi che negli ultimi mesi ha interessato aziende come Hydro, Edim Bosch e Ceramica Dolomite. Fino alle fragilità ormai più che strutturali, come la crisi demografica, lo spopolamento, la carenza di servizi, le infrastrutture insufficienti.
Su una popolazione in costante diminuzione (dagli oltre 210mila residenti del 2005 ai poco meno di 198mila del 2025), il 28,5% è rappresentato da over 65. Le proiezioni evidenziano che nel 2050 la popolazione della provincia di Belluno sarà pari a poco più di 183mila persone di cui il 36% con più di 65 anni. Fra 15 anni, mancheranno 23mila lavoratori, perché le uscite dal mondo del lavoro supereranno di gran lunga gli ingressi. «Lo spopolamento, l’invecchiamento della popolazione, la diminuzione di occupati, la diminuzione dei residenti e della forza lavoro sono sfide sempre più urgenti da affrontare – ha spiegato nella relazione Orrù – perché rappresentano una minaccia reale alla sostenibilità del sistema sociosanitario. È fattuale come l’aumentare del numero degli anziani generi un incremento dei bisogni sociosanitari e come la riduzione della popolazione attiva evidenzi meno risorse economiche da investire. Il rischio è quello di scaricare un peso crescente sui lavoratori attivi, con un aumento della pressione fiscale e il conseguente ampliamento delle disuguaglianze. Il rafforzamento della partecipazione femminile al lavoro deve diventare sempre più una priorità nelle politiche economiche e sociali, per contrastare la crisi occupazionale.
Superare il divario di genere e i gap strutturali che ancora limitano il pieno potenziale delle donne nel mercato del lavoro non è solo una questione di equità e democrazia, ma una condizione essenziale per sostenere il nostro sistema economico e sociale. Confidiamo che il recepimento da parte dell’Italia della direttiva europea sulla parità salariale contribuisca alla riuscita di questo percorso. È essenziale analizzare e rafforzare la capacità attrattiva dei nostri territori, introducendo elementi capaci di richiamare nuove energie, nuove professionalità e competenze, trattenendo giovani, famiglie e professionalità, integrando innovazione, formazione continua e politiche inclusive per garantire un futuro sostenibile».
Orrù ha quindi indicato alcune priorità su cui intervenire per rafforzare la capacità di tenuta e di sviluppo del territorio. Tra queste il potenziamento dei servizi per l’infanzia, una risposta strutturale al problema dell’abitare attraverso un nuovo piano casa, la necessità di investimenti in infrastrutture fisiche e digitali. Ampio spazio è stato dedicato alla sanità e ai servizi sociosanitari, sempre più sotto pressione a causa dell’invecchiamento della popolazione e della carenza di personale. In questo contesto, Orrù considera strategico il ruolo degli Ambiti territoriali sociali, chiamati a garantire servizi e assistenza anche nei comuni più piccoli e nelle aree periferiche, insieme alla necessità di riformare il sistema delle Ipab e di rivedere il funzionamento delle Rsa.
Infine, il segretario generale ha richiamato il valore della contrattazione, aziendale e sociale, come strumento per migliorare salari, welfare integrativo e qualità del lavoro, rafforzando allo stesso tempo la coesione delle comunità e la risposta ai bisogni dei cittadini. «Essere attrattivi – ha detto – significa anche realizzare una contrattazione di qualità, che riconosca il valore del lavoro premiando competenze e impegno, riconoscendo ai lavoratori il valore di quanto realizzato grazie al loro operato. Noi della Cisl siamo contrattazione, è importantissimo rilanciare la contrattazione di secondo livello, interessando un numero sempre maggiore di aziende e lavoratori».
IL VALORE DELLA PARTECIPAZIONE – La partecipazione è al centro della legge di iniziativa popolare promossa dalla Cisl approvata nei mesi scorsi. La legge punta a rafforzare il coinvolgimento dei lavoratori nelle scelte delle imprese a diversi livelli: gestionale, finanziario, organizzativo e consultivo. Uno strumento che, secondo la Cisl, può contribuire anche allo sviluppo e alla tenuta dei territori. Nel corso dei lavori è stato presentato un approfondimento dedicato alle possibili applicazioni della legge, in particolare una proiezione elaborata dal Centro Studi che analizza le potenzialità dell’articolo 5 relativo alla distribuzione degli utili, con l’obiettivo di valutare l’impatto possibile della legge per i lavoratori e le lavoratrici e l’intero territorio. Dallo studio emerge che se la nuova legge sulla partecipazione dei lavoratori, la 76 del 2025, fosse applicata in provincia di Belluno alle 292 aziende individuate dall’Ufficio Studi Cisl con Margine operativo lordo (Mol) positivo, 34% del totale (pari a 99 imprese) potrebbe potenzialmente assegnare a ciascun dipendente un premio di oltre 2.500 euro l’anno, il 33,56% (98) tra i 1.000 e 2.499 euro e infine il 32,53% (95) un valore fino a 1.000 euro. L’analisi è stata compiuta sugli elementi in possesso del sistema Aida (Analisi informatizzata delle aziende italiane), partendo da una piattaforma di 4.381 imprese bellunesi (su un totale di circa 13mila aziende attive in provincia) con bilancio depositato dal 2023 ad oggi e concentrandosi poi sulle sole imprese con almeno 15 dipendenti – soglia minima per una rappresentanza sindacale significativa – e Mol positivo. Per ciascuna delle 292 imprese rilevate con Mol positivo e con più di 15 dipendenti è stata calcolata una possibile quota di utile distribuibile. Per la stima si è considerato un parametro di lavoro pari al 10% del Mol, allineando il riconoscimento della quota di redditività da versare ai lavoratori normalmente utilizzata per la definizione dei premi di risultato tradizionali.
«Lo studio – spiega Orrù – ci consente di individuare quante imprese, nel nostro territorio, presentano le condizioni più favorevoli per applicare concretamente la legge sulla partecipazione per quanto riguarda i meccanismi di distribuzione degli utili. Si tratta di una proiezione, ma offre indicazioni utili per orientare l’azione contrattuale e individuare ambiti nei quali sperimentare forme concrete di partecipazione tramite la contrattazione, a dimostrazione che la legge 76 del 2025 non è un semplice aggiornamento del diritto del lavoro, ma incarna un autentico cambiamento culturale e di modello e rappresenta un significativo passo avanti verso un modello di partecipazione integrata, in grado di rafforzare il dialogo sociale, migliorare la governance aziendale e promuovere una condivisione più equa dei risultati economici».
Al Consiglio generale è intervenuto anche Ettore Innocenti, del Centro Studi e formazione della Cisl, con una disamina sulla Legge sulla partecipazione «che vuole essere una leva, un riferimento per la contrattazione collettiva, non una imposizione dall’alto».
Massimiliano Paglini, segretario generale Cisl Veneto: «L’economia della conoscenza è già oggi determinante, ma il Veneto oggi non rappresenta un hub strategico in questo ambito. O invertiamo il trend e rendiamo il nostro territorio attrattivo per innovazione e giovani, oppure siamo destinati a finire fuori gioco. Non basta un’addizionale regionale, servono politiche di sviluppo e di efficientamento della spesa pubblica senza comprimere quella sociale. La Cisl Veneto ha avanzato varie proposte concrete, dalla riforma delle Ipab all’aumento al 3% di investimenti in rapporto al Pil regionale per ricerca e sviluppo, all’aggregazione delle società di trasporto pubblico locale, al voucher salute, a un contributo nuovi nati per favorire la previdenza integrativa».
«Dove i lavoratori partecipano alle scelte delle imprese, le trasformazioni si governano meglio, la produttività cresce insieme alla qualità del lavoro e il conflitto sterile lascia spazio alla corresponsabilità. La Legge 76 sulla partecipazione rappresenta da questo punto di vista un passaggio importante. Ma non può restare solo un principio. Deve diventare pratica concreta nelle imprese, nei territori, nei sistemi produttivi».
Così la segretaria generale della Cisl nazionale Daniela Fumarola, che ha concluso i lavori del Consiglio generale. «Le province di Treviso e Belluno – ha spiegato – rappresentano bene alcune contraddizioni e potenzialità dell’Italia di oggi: da una parte, abbiamo una delle aree manifatturiere più dinamiche d’Europa – con distretti industriali, filiere export, piccola e media impresa diffusa, capacità imprenditoriale e innovazione – sottoposta a stress non indifferenti dalle dinamiche in atto. Dall’altra, una provincia montana straordinaria per qualità ambientale e coesione sociale, che vive problemi strutturali noti: lo spopolamento, la difficoltà di mantenere servizi di prossimità, infrastrutture e collegamenti spesso insufficienti, un mercato del lavoro che in alcune filiere mostra segnali di fragilità.
Le vertenze aperte in questi territori – penso ad esempio alla situazione dello stabilimento Hydro di Feltre – ci ricordano quanto sia importante difendere e rilanciare la presenza industriale in zone del nostro Paese che non possono permettersi processi di desertificazione produttiva. Così come non possiamo ignorare il tema dell’attrattività complessiva di queste comunità: casa, servizi sanitari, mobilità, infrastrutture, opportunità di lavoro di qualità. Perché vivere e lavorare in montagna deve restare una scelta possibile, non diventare un sacrificio. Sappiamo bene che il potere d’acquisto dei lavoratori è stato eroso in modo significativo negli ultimi anni, mentre l’aumento del costo della vita ha colpito duramente famiglie e pensionati.
Nello stesso tempo si affaccia all’orizzonte un’altra sfida enorme: quella demografica, con una prospettiva di forte riduzione della forza lavoro nei prossimi anni. Se non affrontiamo questa tendenza con politiche lungimiranti rischiamo un paradosso pericoloso: territori con imprese che cercano lavoro e non lo trovano, e comunità che perdono giovani, competenze e futuro».




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