L’aggiornamento degli indicatori demografici diffuso nei giorni scorsi dall’Istat conferma per la Basilicata una situazione di particolare criticità nel contesto nazionale. La regione detiene infatti il primato per il maggior calo demografico in Italia, con un tasso del -9,0 per mille.
A questo dato si aggiunge il valore più negativo del paese per quanto riguarda il tasso migratorio interno, pari al -5,5 per mille, a testimonianza di una continua emorragia di residenti verso altre regioni italiane.
Il fenomeno dello spopolamento in Basilicata non è solo una questione di numeri, ma riflette una crisi profonda che oscilla tra rischi strutturali – si pensi in particolare agli effetti sul sistema di welfare – e la necessità di individuare nuove opportunità di resilienza. Il dato relativo alla migrazione interna, con più di cinque persone ogni mille abitanti che si sono spostate in altre regioni, è il segnale più allarmante della perdita di capitale umano.
Quando i cittadini abbandonano i piccoli centri delle aree interne, la regione non perde solo abitanti, ma competenze, forza lavoro e vitalità sociale. Questo deflusso demografico si inserisce in un quadro nazionale dove la popolazione in età attiva (15-64enni) è già in riduzione (-73 mila unità nell’ultimo anno). In una regione come la Basilicata, tale contrazione rischia di essere ancora più accelerata, svuotando il territorio delle sue energie migliori, compromettendo alla base ogni prospettiva di sviluppo futuro.
La drastica diminuzione della popolazione compromette la sostenibilità dei servizi essenziali (sanità, scuole, trasporti) e frena gli investimenti. Sebbene il Mezzogiorno resti la ripartizione più “giovane” con un’età media di 46,4 anni, il calo dei residenti italiani è qui più marcato rispetto al resto d’Italia (-6,3 per mille).
Senza un ricambio generazionale e con una dimensione media delle famiglie che in vent’anni è scesa da 2,8 a 2,3 componenti anche al Sud, il rischio è quello di un progressivo isolamento economico delle aree interne. Inoltre, l’aumento della speranza di vita (81,7 anni per gli uomini e 85,7 per le donne), sebbene sia un traguardo positivo, nelle aree spopolate si traduce in una pressione crescente sul sistema di welfare, data la quota sempre maggiore di over 65 e di ultra-ottantacinquenni.
La sfida è trasformare questa realtà in un’opportunità di “silver economy” o di nuovi modelli di assistenza territoriale, sostenendo i progetti di innovazione sociale delle imprese sociali e del Terzo settore.
Il rapporto Istat ci dice anche che, a differenza del Nord, dove le immigrazioni dall’estero riescono a compensare il deficit naturale, nel Mezzogiorno l’incidenza dei residenti stranieri è molto più contenuta (solo il 5,0% della popolazione). Questo indica che, allo stato attuale, i flussi migratori esterni non sono sufficienti a bilanciare lo spopolamento e la bassa fecondità della regione.
Come si esce dalla trappola demografica? La proposta della Cisl parte da una convinzione profonda: il destino dell’intera regione si gioca sulla capacità di rigenerare il suo “cuore”, ovvero quelle piccole comunità delle aree interne oggi colpite da un pesante spopolamento. L’obiettivo non è la semplice resistenza passiva, ma la promozione della “restanza”, ovvero la scelta consapevole e attiva di restare per valorizzare e rivitalizzare il tessuto socio-economico e culturale dei territori.
Per rendere concreta questa visione, è prioritario garantire una piena cittadinanza attraverso il ripristino dei servizi essenziali che negli anni sono stati ridotti. Non si tratta solo di una questione logistica, ma di un fondamentale esercizio di democrazia che richiede un piano mirato di investimenti per assicurare sanità, istruzione e mobilità. Un punto cruciale è il superamento del divario digitale e il potenziamento delle infrastrutture per collegare efficacemente i comuni montani e le valli, utilizzando nuovi indici di marginalità territoriale per orientare le risorse pubbliche in modo più equo.
Affrontare la sfida demografica significa innanzitutto combattere la sfiducia nel futuro. La Cisl propone di liberare il talento di donne e giovani, considerandoli non una fragilità, ma un investimento strategico per la competitività della regione. Questo richiede politiche concrete: dalla parità salariale ai percorsi di mentoring, fino al rafforzamento dei servizi di conciliazione, come asili e assistenza agli anziani, indispensabili per favorire l’occupazione femminile.
È necessario, inoltre, attivare strategie per il rientro dei giovani qualificati, integrando il lavoro con politiche abitative e di welfare territoriale. In un mercato del lavoro che invecchia, occorre investire seriamente sulla formazione permanente per i lavoratori maturi, fondamentale per favorire il passaggio di competenze tra le generazioni.
Un pilastro fondamentale di questo cambiamento è la trasformazione del modello sanitario: bisogna passare da una visione centrata sugli ospedali a una medicina di prossimità. Attraverso gli investimenti del PNRR e la nuova architettura dei servizi territoriali, occorre garantire la piena messa a sistema delle Case di comunità della telemedicina, dell’assistenza domiciliare per una presa in carico multidisciplinare che non lasci indietro nessuno, specialmente nelle zone più isolate.
Infine, le aree interne devono smettere di essere considerate periferie per diventare veri e propri laboratori di innovazione. L’idea è quella di creare poli formativi decentrati e hub per imprese innovative direttamente sul territorio, integrando settori storici come l’agricoltura con il turismo sostenibile e le tecnologie green. Questo nuovo modello di sviluppo richiede una governance partecipata*che superi la vecchia contrapposizione tra città e aree rurali, costruendo un rapporto funzionale e collaborativo tra i centri urbani e il resto del territorio lucano.
Il patto sociale richiede che la politica recuperi il “senso del tempo lungo”, superando il fatalismo e la gestione emergenziale, ma anche quella vocazione al tatticismo che antepone gli interessi di parte agli interessi della comunità. La Basilicata deve trasformarsi in un ecosistema dove pubblico, privato e terzo settore co-creano soluzioni innovative. In questa visione, la democrazia non è più un comando dall’alto, ma una funzione che abilita e connette i territori, partendo dalle aree interne per costruire un modello di sviluppo giusto, inclusivo e duraturo.
La Cisl è pronta al confronto con tutti mettendo al centro il bene comune dei lucani, senza tatticismi






