«A trentaquattro anni dalla strage di Capaci, il dolore collettivo del paese non si è mai davvero attenuato. Il ricordo di quel 23 maggio 1992 continua a rappresentare una ferita aperta nella coscienza democratica italiana. Con Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, venne colpito il cuore stesso dello stato. Poche settimane più tardi, la mafia avrebbe assassinato anche Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta nell’attentato di via D’Amelio.
Non furono soltanto due efferati delitti mafiosi. Quelle stragi segnarono uno spartiacque nella storia repubblicana, perché resero evidente quanto profonda fosse la sfida lanciata dalla criminalità organizzata alle istituzioni democratiche e alla convivenza civile. Falcone e Borsellino avevano compreso prima di altri che le mafie non fossero semplicemente organizzazioni criminali, ma sistemi di potere capaci di intrecciarsi con l’economia, con la politica, con pezzi deviati dello stato e con vaste aree dell’illegalità diffusa». (Leggi l’intervista integrale)







