Dati INPS e analisi ADAPT: il nodo non è solo la paga oraria, ma la discontinuità del lavoro. Appello della CISL Sardegna a un Patto regionale per sviluppo, lavoro e formazione.
In occasione del Primo Maggio e della manifestazione nazionale unitaria di CGIL, CISL e UIL a Marghera, la CISL Sardegna rilancia un messaggio chiaro: il lavoro, per essere davvero dignitoso, deve essere stabile, continuo e sicuro.
A sottolinearlo è il segretario generale della CISL Sardegna, Pier Luigi Ledda, che richiama l’attenzione sulla specificità del mercato del lavoro sardo: «In Sardegna il problema non è solo quanto si guadagna, ma quanto poco si lavora nell’arco dell’anno».
Le analisi elaborate da ADAPT sui dati INPS confermano infatti che la questione salariale non può essere ridotta ai minimi contrattuali, ma dipende da fattori strutturali quali numero di giornate lavorate, tipologia contrattuale, settore, territorio, produttività e qualità del sistema produttivo.
A livello nazionale, secondo i dati INPS 2024, nel settore privato la retribuzione media annua si attesta a 24.486 euro con 247 giornate medie retribuite, mentre in Sardegna il quadro appare più critico: la retribuzione media annua è pari a 16.958 euro, le giornate medie lavorate si fermano a 224,6, la retribuzione giornaliera è di 75,49 euro e il part-time coinvolge il 34,8% dei dipendenti, ben oltre la media nazionale del 27,5%.
Numeri che confermano una dinamica precisa: nell’isola si lavora meno giorni durante l’anno e, di conseguenza, si percepiscono redditi inferiori.
Il dato regionale non è uniforme, ma profondamente differenziato anche al suo interno. A Cagliari la retribuzione media annua supera i 20.200 euro con circa 245 giornate lavorate; Oristano si registrano circa 17.100 euro, con una maggiore continuità lavorativa; Sassari, comprensiva della provincia di Olbia, registra circa 16.600 euro, con poco più di 217 giornate lavorate, risentendo della maggiore incidenza del lavoro stagionale; nell’area del Sud Sardegna (che include Sulcis e Medio Campidano) la retribuzione si colloca intorno ai 16.600 euro, con circa 221 giornate lavorate; mentre Nuoro, comprensiva della provincia dell’Ogliastra, presenta i livelli più bassi con circa 14.600 euro annui e minore continuità occupazionale.
Tra territori della stessa regione si registrano differenze superiori ai 5.000 euro annui, legate soprattutto alla continuità del lavoro, alla struttura produttiva e alla composizione settoriale.
«Il lavoratore povero oggi è spesso chi lavora troppo poco», afferma Ledda, evidenziando come due lavoratori con lo stesso contratto collettivo possano percepire redditi molto diversi a seconda della stabilità dell’occupazione e del numero di giornate lavorate.
«Il messaggio che abbiamo lanciato da Marghera è chiaro – prosegue il Segretario –: il lavoro deve essere dignitoso. Ma la dignità del lavoro non dipende solo dalla paga oraria, bensì dalla continuità e dalla qualità dell’occupazione».
In Sardegna, sottolinea la CISL, la combinazione tra lavoro stagionale, part-time involontario e presenza prevalente di settori a bassa produttività amplifica ulteriormente le disuguaglianze salariali.
A ciò si aggiunge una debolezza strutturale della base produttiva: nel 2023 l’industria in senso stretto in Sardegna pesa circa l’8% del valore aggiunto regionale, quasi 12 punti in meno rispetto alla media nazionale. Le costruzioni incidono per il 7,1%, sopra il dato italiano del 5,8%, ma non possono compensare la debolezza della produzione industriale stabile.
«Serve quindi ampliare la produzione industriale, rafforzare la manifattura e le filiere produttive e riallineare progressivamente la Sardegna alla media italiana» – evidenzia Ledda.
Per questo la CISL Sardegna ritiene fuorviante limitare il dibattito al solo salario minimo legale: “Non basta fissare una soglia se non si interviene sulle cause strutturali della debolezza salariale, dalla discontinuità del lavoro alla frammentazione produttiva”.
Tra le priorità indicate dal sindacato figurano il rafforzamento della contrattazione territoriale e aziendale, oggi ancora poco diffusa soprattutto nelle piccole imprese, il rilancio della bilateralità e un forte investimento nelle politiche formative, dall’apprendistato ai fondi interprofessionali fino alla formazione continua.
«Senza competenze non c’è produttività, e senza produttività non ci saranno salari più alti», ribadisce Ledda.
Da qui la proposta conclusiva della CISL Sardegna: avviare un nuovo Patto regionale per lo sviluppo, il lavoro e la formazione, capace di integrare politiche industriali, energetiche e occupazionali in una strategia comune per il rilancio dell’isola.
«Senza lavoro stabile, senza produttività e senza un sistema che redistribuisce, il salario dignitoso resterà solo uno slogan. Il messaggio del Primo Maggio deve trasformarsi in una prospettiva concreta per la Sardegna»- conclude il Segretario.






