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Sindacati. Fumarola al Congresso Uil: «Serve un patto di responsabilità per un nuovo modello di sviluppo. La contrattazione resta la via maestra»

3 Luglio 2026 | Primo Piano

Sindacati. Fumarola al Congresso Uil: «Serve un patto di responsabilità per un nuovo modello di sviluppo. La contrattazione resta la via maestra»

3 Luglio 2026 | Primo Piano

«Di buon sindacato, in Italia, in Europa e nel mondo, c’è bisogno oggi più di ieri. Perché il tempo che viviamo non è un tempo ordinario. È un cambio d’epoca». Lo ha affermato la Segretaria Generale della Cisl, Daniela Fumarola, intervenendo oggi a Padova al XIX Congresso nazionale della Uil.

Fumarola ha sottolineato come si stiano muovendo insieme trasformazioni economiche, tecnologiche, geo-strategiche, demografiche e sociali, che cambiano le catene globali del valore, le imprese, il lavoro e la composizione sociale delle comunità. Un cambiamento in cui l’intelligenza artificiale si fa strada in ogni ambito, modificando processi, competenze, organizzazione e rapporti di forza, e portando sul tetto del mondo «una nuova oligarchia tecnocratica apparentemente onnipotente».

Forte il richiamo anche all’Europa da parte della leader Cisl, con una richiesta chiara: il Patto di Stabilità, «con la sua logica corta e contabile, va superato». La stabilità vera, ha spiegato, «non è tagliare investimenti, il welfare, le politiche sociali», ma «costruire lavoro, competenze, infrastrutture, sanità», rilanciare scuola, formazione, università e ricerca, assicurare energia pulita e a basso costo e sicurezza negli approvvigionamenti strategici. Fumarola ha chiesto inoltre di evitare nuove e miopi strette monetarie: «Non possiamo chiedere al lavoro di pagare due volte: prima l’inflazione, poi la stretta creditizia».

Sul Piano nazionale di ripresa e resilienza, Fumarola ha osservato che è «ormai al capolinea». «È stato una grande occasione, colta in parte. Ha mosso risorse, cantieri, progetti, aspettative. Ma il punto vero è cosa resterà». Per la numero uno della Cisl il PNRR deve diventare «un ponte verso un nuovo modello di sviluppo, non una parentesi», con pilastri piantati nella buona occupazione, nella coesione territoriale e sociale, nella partecipazione di ogni soggetto competente e responsabile al bene comune. Per costruirlo, ha aggiunto, serve «un accordo di responsabilità tra Governo e parti sociali», che indichi insieme obiettivi strategici da perseguire con coerenza, a partire da retribuzioni e produttività, innovazione e formazione.

Fumarola ha poi ribadito la richiesta di rinnovare tutti i contratti e di rafforzare le forme di recupero contrattuale dell’inflazione reale, «evitando di ripetere gli errori del passato, riproponendo antistoriche riedizioni della “scala mobile”», oltre a controllare prezzi e tariffe e colpire la speculazione. Ha inoltre sollecitato di alleggerire le tasse su lavoro e pensioni, che da sole reggono gran parte delle entrate Irpef: «Basta regali ai furbi. Basta rottamazioni e condoni. Le risorse vanno cercate nella lotta spietata all’evasione, nella maggiore tassazione delle rendite finanziarie improduttive, ai super-profitti delle big tech, alle grandi ricchezze immobiliari».

La leader Cisl ha poi ribadito che «la contrattazione resta la via maestra: nazionale e decentrata. Aziendale, territoriale ed anche sociale. La contrattazione non è una procedura: è motore di crescita e redistribuzione. È un architrave di democrazia», ha affermato Fumarola, richiamando il varo della piattaforma unitaria di Cgil, Cisl e Uil come «uno sguardo verso il futuro e un cantiere di corresponsabilità». Insieme, ha spiegato, le tre confederazioni rimettono al centro l’autonomia delle parti sociali, affermando che le grandi questioni del lavoro, della contrattazione, della formazione e della partecipazione non possono essere delegate ai partiti. Per Fumarola, l’articolo 36 della Costituzione va attuato attraverso contratti collettivi veri, firmati da organizzazioni realmente rappresentative: «Il salario giusto vive dentro il contratto giusto».

Su questi temi, ha proseguito la Segretaria Generale della Cisl, «non possiamo dare deleghe in bianco a una politica troppo spesso divorata dalla propaganda, dalla demagogia, quando non dall’estremismo». Occorre rafforzare la democrazia nel Paese, «anche la democrazia associativa», ha detto, mettendo in guardia dalle «equivalenze contrattuali furbe». Quindi, ha avvertito: «Se domani si dicesse che qualsiasi contratto è equivalente a un contratto vero solo perché copia un minimo salariale, allora faremmo rientrare dalla finestra i peggiori contratti pirata e quei falsi sindacati che diciamo di voler cacciare dalla porta».

Fumarola, infine, ha concluso il suo intervento rivolgendosi direttamente ai colleghi di Cgil e Uil: «Dobbiamo costruire, insieme, un Paese in cui nessuno sia costretto a scegliere tra salario e dignità, tra cura e povertà, tra famiglia e lavoro, tra futuro e rassegnazione. Un Paese in cui il lavoro non è solitudine, ma comunità». Un obiettivo raggiungibile, ha detto, «con le nostre identità, ma anche con la consapevolezza che quando la storia chiama, sappiamo rispondere con voce forte, credibile, generosa. Una voce unita».

Care amiche e cari amici della UIL, caro Pierpaolo, grazie davvero per questo invito.

Rivolgo un saluto affettuoso alle delegate e ai delegati, al gruppo dirigente, alla Segreteria.

Un congresso non è mai soltanto un passaggio organizzativo. È molto di più. È democrazia praticata. È elaborazione collettiva. È il momento in cui una comunità si guarda dentro, misura il cammino fatto, sceglie una direzione, rinnova un patto di responsabilità con le persone che rappresenta e con il Paese.

E proprio per questo sono felice di essere qui oggi.

In questi anni, lo sappiamo, abbiamo fatto scelte importanti. Non sempre sono state le stesse. Ci sono state differenze, anche momenti di frizione, talvolta valutazioni diverse sul metodo. Ma nelle differenze delle nostre storie, nelle sensibilità che ci distinguono, c’è un terreno comune che non è mai venuto meno.

Abbiamo condiviso battaglie. Abbiamo difeso insieme diritti. Abbiamo sostenuto i molti valori che condividiamo. Abbiamo coltivato una convinzione che oggi è più attuale che mai. Di buon sindacato, in Italia, in Europa e nel mondo, c’è bisogno oggi più di ieri.

Perché il tempo che viviamo non è un tempo ordinario. È un cambio d’epoca. Si muovono insieme trasformazioni economiche, tecnologiche, geo-strategiche, demografiche, sociali. Cambiano le catene globali del valore. Cambiano le imprese. Cambia il lavoro e la composizione sociale delle nostre comunità.

L’intelligenza artificiale si fa strada in ogni ambito, modificando processi, competenze, organizzazione, rapporti di forza. Portando sul tetto del mondo una nuova oligarchia tecnocratica apparentemente onnipotente. Soffia forte il vento delle transizioni. Pesano le guerre, l’inverno demografico, le disuguaglianze, la solitudine di massa, le paure individuali e collettive.

In questo tempo “in bilico”, carico di incertezze, il mondo del lavoro e della rappresentanza sociale non può essere semplice passeggero di un convoglio guidato da altri verso il cambiamento. Deve invece ambire a governarlo. Il protagonismo lavoro deve essere la bussola che orienta una trasformazione sostenibile, giusta, dal volto umano.

Perché senza questo protagonismo non c’è innovazione giusta. Non c’è crescita stabile né coesione sociale. E l’economia deperisce. Senza puntare sulla centralità della persona che lavora, non si eleva il valore aggiunto prodotto, non si genera la crescita vera di cui il Paese ha bisogno per uscire dalla logica dello zero virgola in cui da troppo tempo resta incastrato il nostro PIL.

Ma prima ancora dell’economia, c’è qualcos’altro. C’è il rispetto dell’integrità della vita umana. C’è la dignità della persona. C’è la pace. La pace è il primo orizzonte. Un orizzonte irrinunciabile.

Ma dobbiamo dirlo con parole nette: pace giusta non significa mettere tutto sullo stesso piano. Non significa confondere aggressore e aggredito, ferocia ed eroismo, tiranni e difensori. Mai come oggi, dal dopoguerra, dobbiamo avere il coraggio di presidiare le giuste frontiere.

L’Ucraina è questo. È un fronte di guerra, certo. Ma è anche una frontiera simbolica. Ci dice che l’Europa non può più permettersi di vivere nella propria irrilevanza. Di fronte all’attacco convergente delle grandi potenze globali, ai dazi, al neoprotezionismo, ai sovranismi e ai nazionalismi che rialzano la testa, l’Unione Europea deve svegliarsi. Deve unirsi. Integrarsi davvero. Deve anche sapersi difendere.

Difendere i propri confine, fisici e politici. Ma anche il proprio modello sociale, la propria democrazia, la propria libertà. Serve una nuova stagione europea di convergenza politica, anche attraverso cooperazioni rafforzate.

Un mutualismo comunitario all’altezza delle sfide: fondi e investimenti comuni, politiche di sviluppo condivise, strumenti europei capaci di proteggere e promuovere buona occupazione, risorse per riformare il welfare in linea con il cambiamento della società.

Il Patto di Stabilità, con la sua logica corta e contabile, va superato. La stabilità vera non è tagliare investimenti, il welfare, le politiche sociali. La stabilità vera è costruire lavoro, competenze, infrastrutture, sanità. È rilanciare la scuola, la formazione, l’università, ricerca. È assicurare energia pulita e a basso costo e sicurezza negli approvvigionamenti strategici.

Allo stesso modo bisogna evitare nuove e miopi strette monetarie. Non possiamo chiedere al lavoro di pagare due volte: prima l’inflazione, poi la stretta creditizia. Alzare i tassi senza guardare agli effetti su famiglie, mutui, imprese e investimenti rischia di produrre nuova sofferenza sociale.

Sofferenza che in Italia, per ragioni strutturali, rischia di essere ulteriormente amplificata. Per il nostro Paese il passaggio è decisivo.

Il PNRR è ormai al capolinea. È stato una grande occasione, colta in parte. Ha mosso risorse, cantieri, progetti, aspettative. Ma il punto vero è cosa resterà. Noi diciamo che il PNRR deve essere un ponte verso un nuovo modello di sviluppo, non una parentesi.

Un ponte con pilastri piantati nella buona occupazione, nella coesione territoriale e sociale, nella partecipazione di ogni soggetto competente e responsabile al bene comune. Per costruire questo ponte serve un accordo di responsabilità tra Governo e parti sociali.

Questo significa indicare insieme obiettivi strategici e perseguirli con coerenza. Significa sostenere insieme alcune grandi priorità nazionali: retribuzioni e produttività, innovazione e formazione, buona flessibilità e contrattazione, previdenza e welfare, coesione sociale e territoriale, piano casa e non autosufficienza.

Tutto si tiene. E tutto parte da salari e pensioni. Perché se non cresce il potere d’acquisto delle famiglie, non cresce il Paese. Se i contratti arrivano tardi, e i rinnovi si trascinano, se i prezzi e le tariffe restano alti anche quando scendono i costi, se le pensioni vengono erose, allora la crescita diventa una parola vuota.

Bisogna rinnovare tutti i contratti. Rafforzare le forme di recupero contrattuale dell’inflazione reale, evitando di ripetere gli errori del passato, riproponendo antistoriche riedizioni della “scala mobile”. Controllare prezzi e tariffe. Colpire la speculazione.

E poi alleggerire le tasse su lavoro e pensioni, che da sole reggono gran parte delle entrate Irpef. Basta regali ai furbi. Basta rottamazioni e condoni. Le risorse vanno cercate nella lotta spietata all’evasione, nella maggiore tassazione delle rendite finanziarie improduttive, ai super-profitti delle big tech, alle grandi ricchezze immobiliari.

Serve una sanità pubblica che non costringa le persone a scegliere tra lista d’attesa e carta di credito. Sempre per chi la carta di credito ce l’ha. Perché altrimenti si passa direttamente alla rinuncia di cura.

Rivendichiamo un welfare capace di tenere insieme giovani e anziani, valorizzazione della terza età attiva e sostegno alla non autosufficienza. Chiediamo una riforma delle pensioni sostenibile, sì, ma anche giusta: flessibilità in uscita, attenzione alle donne, ai giovani, ai lavori gravosi, alla previdenza complementare.

E serve tornare a investire sul legame che connette innovazione, formazione, produttività, crescita. Una “catena” tenuta anche dalla forza della contrattazione. Perché la tecnologia non contrattata diventa esclusione. L’intelligenza artificiale senza condizionalità sociali diventa un cappio alla gola dei lavoratori.

Lo ha detto chiaramente il Pontefice nella Magnifica Humanitas: il mondo lavoro deve entrare nella IA, deve partecipare all’algoritmo. Solo così la tecnologia non schiaccerà le persone, ma invece le libererà, accompagnandole, valorizzandone creatività e responsabilità.

Per questo la contrattazione resta la via maestra. Nazionale e decentrata. Aziendale, territoriale. Ma anche sociale. La contrattazione non è una procedura. È motore di crescita e redistribuzione. È un architrave di democrazia.

Da questo punto di vista, il varo della piattaforma unitaria di Cgil, Cisl, Uil è uno sguardo verso il futuro e un cantiere di corresponsabilità. Insieme rimettiamo al centro l’autonomia delle parti sociali affermando che le grandi questioni del lavoro, della contrattazione, della formazione, della partecipazione, non possono essere meramente delegate ai partiti.

Diciamo che l’articolo 36 della Costituzione — retribuzione proporzionata e sufficiente — va attuato attraverso contratti collettivi veri, firmati da organizzazioni realmente rappresentative. Questo è il punto: il salario giusto vive dentro il contratto giusto.

Non basta guardare a una cifra. Non basta prendere un minimo tabellare e dire: ecco, abbiamo risolto. Il contratto è molto di più. È salario, certo. Ma è anche orario, classificazioni, professionalità, welfare, formazione, diritti sindacali, conciliazione vita-lavoro.

Ed è sicurezza e benessere nei luoghi di lavoro. Perché nessun salario è giusto se viene pagato con la salute. Nessun appalto è efficiente se scarica il rischio sull’ultimo anello della catena. Nessuna impresa è moderna se considera la prevenzione un costo e non un investimento.

Su salute e sicurezza dobbiamo fare un salto di qualità. Serve prevenzione. Serve apprendimento continuo, retribuito. Serve rafforzare i rappresentanti per la sicurezza, farli vivere in ogni luogo di lavoro, anche nei cantieri più piccoli, negli appalti e nei subappalti, nelle filiere più frammentate.

Servono controlli, sanzioni effettive, banche dati integrate e incrociate con la IA, più cultura della salute e sicurezza, già dai banchi di scuola. Su tutti questi temi non possiamo dare deleghe in bianco a una politica troppo spesso divorata dalla propaganda, dalla demagogia, quando non dall’estremismo.

Dobbiamo rafforzare la democrazia nel nostro Paese. Anche la democrazia associativa. E proprio per questo dobbiamo stare attenti alle equivalenze contrattuali furbe.

Perché se domani si dicesse che qualsiasi contratto è equivalente a un contratto vero solo perché copia un minimo salariale, allora faremmo rientrare dalla finestra i peggiori contratti pirata e quei falsi sindacati che diciamo di voler cacciare dalla porta.

No. La qualità della rappresentanza conta, e determina la qualità della democrazia economica e sostanziale. Sta qui il senso di una nostra possibile unità d’azione, nei contenuti.

Che non vuol dire cancellare le differenti sensibilità e le specifiche identità. Ma riconoscere le battaglie comuni, muoversi in autonomia e agire insieme quando il tempo e il merito lo richiedono.

Questo chiede oggi il Paese. Perché l’Italia è attraversata da fratture profonde: tra generazioni e territori, tra centro e periferie, tra chi ha accesso ai servizi e chi resta fuori, tra cittadinanza formale e diritti reali.

C’è chi costruisce consenso aizzando rancore. Chi cavalca vergognosamente xenofobia e razzismo. Chi prospetta una società in cui la donna sia subordinata all’uomo. Chi promette scorciatoie illusorie su lavoro e salari. Chi trasforma ogni problema in un campo di battaglia, e ogni diversità in un nemico.

Noi dobbiamo fare l’opposto. E con il filo robusto della nostra rappresentanza, ricucire il tessuto strappato della fiducia. Serve a includere giovani e donne. Superare il divario di genere nelle retribuzioni.

Serve a dare risposte di coesione a migranti, pensionati, persone fragili. Serve a trasformare la rabbia in proposta, la paura in partecipazione, il disagio in cura, la solitudine in solidarietà.

Questa è la sfida che abbiamo davanti: unire il paese esercitando corresponsabilità. Che, lo voglio dire chiaramente, non significa rinunciare al conflitto, anche aspro, quando serve.

Ma significa dare sostanza e struttura a riforme durature perché radicate nella progettualità sociale. Lo abbiamo fatto nella piattaforma unitaria, che ora deve procedere con determinazione nell’interlocuzione con il sistema delle imprese.

Possiamo continuare a farlo con metodo, con idee, con coraggio, costruendo insieme una road map per la ripartenza. Sfidando il Governo e i nostri interlocutori sociali su obiettivi concreti.

Amiche, amici, noi veniamo da storie diverse, ma con radici comuni. Sappiamo cosa significhi l’incontro con una persona che lavora, con una pensionata che chiede ascolto, con un giovane che cerca stabilità, con una donna che pretende rispetto, con una famiglia che non arriva alla fine del mese.

È lì che comincia tutto. Comincia negli occhi delle persone. Nelle mani indurite di chi lavora o ha dato il proprio contributo. Nella fatica di chi tiene in piedi questo Paese anche quando il Paese sembra dimenticarsi di lui.

E allora il nostro compito, oggi, è grande. Non dobbiamo soltanto rappresentare i lavoratori e le famiglie. Dobbiamo ridargli speranza. Dobbiamo ridargli voce e potere.

Dobbiamo costruire, insieme, un Paese in cui nessuno sia costretto a scegliere tra salario e dignità, tra cura e povertà, tra famiglia e lavoro, tra futuro e rassegnazione. Un Paese in cui il lavoro non è solitudine, ma comunità.

Questo possiamo farlo con le nostre identità, ma anche con la consapevolezza che quando la storia chiama, sappiamo rispondere con voce forte, credibile, generosa. Una voce unita. Buon congresso a tutte e a tutti.

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