Il Dipartimento Politiche del Mercato del Lavoro e il Coordinamento Politiche di Genere della CISL USR Emilia-Romagna hanno presentato il rapporto annuale sul mercato del lavoro in ottica di genere. I dati relativi alle province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini mostrano luci e ombre: i fondamentali occupazionali migliorano, ma i divari di genere si allargano e la situazione dei giovani si aggrava in modo preoccupante.
Occupazione: Rimini corre, Forlì-Cesena ancora sotto il pre-Covid
Il tasso di occupazione maschile regionale (fascia 20-64 anni) è all’84,3%, quello femminile al 69,6%: quasi 15 punti di distanza. Nelle tre province il gap è ancora più marcato. A Ravenna gli uomini occupati sono l’84,1% contro il 66,9% delle donne (-17,2 punti); a Forlì-Cesena 84,6% contro 66,4% (-18,2 punti); a Rimini 85,6% contro 65,1% (-20,5 punti), il divario più ampio delle tre. È però Rimini a registrare la crescita più vivace: +1,5 punti in un anno, +3,5 rispetto al 2019. Forlì-Cesena rimane invece l’unica provincia dell’area a non aver ancora recuperato i livelli pre-pandemici. Nel triennio 2023-2025 la crescita ha premiato quasi esclusivamente gli uomini: il tasso femminile è rimasto fermo o è peggiorato ovunque.
Disoccupazione e cassa integrazione
Il tasso di disoccupazione regionale è del 3,6% per gli uomini e del 4,6% per le donne. A Ravenna si registra un’eccezione: il tasso maschile (4,7%) supera quello femminile (3,2%), caso quasi unico nel panorama regionale. A Forlì-Cesena le donne sono al 5,5% contro il 3,7% degli uomini; a Rimini al 5,8% contro il 3,7%. Una nota positiva arriva dalla cassa integrazione: Ravenna e Rimini registrano rispettivamente -19,7% e -17,7% di ore autorizzate rispetto all’anno precedente.
L’inattività femminile: il nodo più critico
Il tasso di inattività femminile è l’indicatore che più preoccupa. A livello regionale le donne inattive sono il 32,1% contro il 19% degli uomini. Nelle tre province il divario è ancora più acuto: a Ravenna le donne inattive sono il 35,4% (uomini 19,6%), a Forlì-Cesena il 34,5% (uomini 17,8%), a Rimini addirittura il 37,3% (uomini 16,5%), tra i dati più elevati dell’intera regione. Nel triennio il divario è cresciuto ovunque, con la punta più alta a Forlì-Cesena: +8,4 punti in tre anni. A raccontare le stesse dinamiche sono anche le dimissioni volontarie: nel 2024 in Emilia-Romagna il 65% ha riguardato madri lavoratrici, nel 56% dei casi alla nascita del primo figlio, spinte soprattutto da difficoltà nei servizi di cura e nell’organizzazione del lavoro.
Emergenza giovani
Il dato più allarmante riguarda la fascia 15-24 anni: la disoccupazione giovanile regionale è balzata dal 12,3% al 17,4% in un solo anno, con oltre 17.000 occupati persi. Meno di un giovane su tre è attivo nel mercato del lavoro, e nelle province romagnole meno del 20% delle ragazze tra i 15 e i 24 anni risulta occupata o in cerca di impiego. Le dinamiche provinciali aggravano il quadro: a Forlì-Cesena la partecipazione giovanile femminile è crollata di 9,6 punti, il dato peggiore delle tre province; a Ravenna il tasso di attività maschile giovanile cresce di 8 punti, ma quello femminile cala di 3,3; a Rimini i giovani uomini guadagnano oltre 8 punti, le ragazze appena 0,4.
Sul fronte NEET – i giovani tra 15 e 29 anni che non studiano, non lavorano e non si formano – il fenomeno coinvolge l’8,2% della popolazione giovanile romagnola, con una punta del 10,5% tra le ragazze. A livello provinciale Rimini mostra un netto miglioramento (dal 14% al 7% nel biennio 2022-2024), mentre Ravenna (10%) e Forlì-Cesena (11%) restano sopra la media regionale. A complicare ulteriormente il quadro, oltre il 50% delle assunzioni previste dalle imprese risulta di difficile reperimento, con punte del 68% nell’edilizia e del 62% nella sanità.
Marinelli (CISL Romagna): “La crescita non sia un alibi”
“Questi dati ci dicono che la crescita occupazionale da sola non basta. Se non cambia la qualità del lavoro, se non si interviene sulle condizioni che ancora oggi spingono le donne fuori dal mercato, stiamo semplicemente costruendo su sabbia”, afferma il segretario generale della CISL Romagna Francesco Marinelli. “Le discriminazioni che emergono dal rapporto non sono anomalie: sono il frutto di un sistema che scarica sulle famiglie – e sulle donne in particolare – il costo della cura, senza offrire alternative reali.”
“Sul lavoro femminile servono azioni concrete e vincolanti. Serve una contrattazione di secondo livello che introduca meccanismi reali di trasparenza salariale, che disincentivi il ricorso al part-time involontario e che premi le aziende che investono nella conciliazione. Servono più servizi: asili nido, assistenza agli anziani, welfare di prossimità. Senza una rete solida, chiedere alle donne di restare nel mercato del lavoro è solo retorica.”
“Sul fronte giovanile, invece, il problema non è la mancanza di lavoro: è la mancanza di lavoro buono e di percorsi formativi che preparino davvero all’ingresso nel mercato. Chiediamo un patto territoriale che metta attorno a un tavolo scuole, università, centri per l’impiego e imprese, per costruire insieme percorsi duali seri e tirocini che non siano sfruttamento mascherato da formazione.”
“Infine, chiediamo che la certificazione della parità di genere smetta di essere un adempimento burocratico e diventi un criterio premiante reale negli appalti pubblici e nell’accesso ai fondi europei. Chi investe nell’equità deve avere un vantaggio competitivo. Non è accettabile che la crescita diventi un alibi per non vedere chi resta indietro: il lavoro dignitoso, stabile e ben retribuito deve essere un diritto per tutte e per tutti.”







