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Piazza della Loggia. Fumarola: «Fu un attentato politico contro una manifestazione antifascista. Volevano colpire l’idea stessa di una democrazia partecipata e popolare»

28 Maggio 2026 | Primo Piano

Piazza della Loggia. Fumarola: «Fu un attentato politico contro una manifestazione antifascista. Volevano colpire l’idea stessa di una democrazia partecipata e popolare»

28 Maggio 2026 | Primo Piano

«Cinquantadue anni fa, in questa piazza, Brescia scelse di non avere paura. Di non chiudersi nel silenzio davanti alle aggressioni, agli attentati, alle intimidazioni neofasciste che da settimane colpivano la città. Scelse di reagire pubblicamente, civilmente, democraticamente».

È quanto ha sottolineato oggi la segretaria generale della CISL, Daniela Fumarola, intervenendo a Brescia, a nome di Cgil, Cisl e Uil, alla cerimonia di commemorazione del 52° anniversario della strage neofascista di Piazza della Loggia.

«Quella manifestazione di 52 anni fa era stata promossa dai sindacati, dalla Cgil, dalla Cisl, dalla Uil. C’erano migliaia di persone.
Lavoratrici e lavoratori. Studenti. Pensionati. Donne e uomini di orientamenti diversi, uniti però da una convinzione comune: la democrazia andava difesa. E andava difesa insieme», ha ricordato nel suo intervento Fumarola.

«Sul palco stava parlando Franco Castrezzati, indimenticato dirigente della Cisl. Stava parlando della necessità di dare alla democrazia un volto concreto, più giusto, più vicino alle persone, più capace di garantire dignità, partecipazione, libertà vera. Poi, alle 10.12, l’esplosione. Una bomba nascosta in un cestino sotto i portici. Otto persone uccise. Oltre cento feriti».

La leader della CISL ha ricordato i nomi delle vittime della strage e il lungo impegno dei familiari «che non hanno mai smesso di battersi per la verità, superando ostacoli su ostacoli e portando avanti con dignità una battaglia che è di tutta la comunità nazionale».

«Quello di Piazza della Loggia fu un attentato politico contro una manifestazione antifascista e sindacale, contro cittadini scesi in piazza per respingere la paura e la violenza eversiva», ha affermato la numero uno Cisl. «Colpire quella piazza significava tentare di colpire l’idea stessa di una democrazia partecipata e popolare».

Fumarola ha ricordato come negli anni della strategia della tensione il sindacato abbia rappresentato «un presidio democratico, un argine», contribuendo «a tenere milioni di persone dentro il perimetro costituzionale e democratico», difendendo i diritti dei lavoratori «senza consegnare il disagio sociale alla violenza. Anche oggi viviamo un tempo inquieto, segnato da guerre, tensioni internazionali, paure sociali e polarizzazioni crescenti. È proprio in momenti come questi che la memoria di Piazza della Loggia torna a parlarci con forza. Una democrazia si indebolisce quando prevalgono l’odio, il rancore, la logica del nemico. Si rafforza, invece, quando una società riesce a sentirsi parte di un destino comune anche dentro le differenze e i conflitti» ha affermato ancora la leader Cisl.

«Difendere la memoria di Piazza della Loggia – ha concluso Fumarola – vuol dire continuare a difendere la qualità democratica della nostra convivenza civile. Vuol dire custodire il valore della partecipazione, della libertà, della giustizia sociale. E ricordarci che la libertà democratica non si difende da soli, ma riconoscendosi parte di una stessa comunità civile e nazionale».

La leader della Cisl ha poi incontrato il figlio e la nipote di Franco Castrezzati, il dirigente sindacale della Cisl scomparso l’anno scorso, che 52 anni fa, durante la manifestazione dei sindacati confederali, fu interrotto durante il suo comizio dallo scoppio della bomba neofascista in Piazza della Loggia.
Fumarola si è intrattenuta anche con la Sindaca di Brescia, Laura Castelletti e con Manlio Milani presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage .

A nome di Cgil Cisl Uil — Brescia, 28 maggio 2026

Cinquantadue anni fa, in questa piazza, Brescia scelse di non avere paura.

Di non chiudersi nel silenzio davanti alle aggressioni, agli attentati, alle intimidazioni neofasciste che da settimane colpivano la città.

Scelse di reagire pubblicamente, civilmente, democraticamente.

Per questo, la mattina del 28 maggio 1974, qui in Piazza della Loggia c’erano migliaia di persone.

Lavoratrici e lavoratori. Studenti. Pensionati. Donne e uomini di orientamenti diversi, uniti però da una convinzione comune: la democrazia andava difesa. E andava difesa insieme.

Quella manifestazione era stata promossa dai sindacati, dalla Cgil, dalla Cisl, dalla Uil.

Sul palco, mentre la pioggia continuava a cadere e la piazza ascoltava sotto gli ombrelli, stava parlando Franco Castrezzati, bresciano, indimenticato dirigente della Cisl.

Come fa un sindacalista, quel giorno non stava pronunciando un discorso astratto. Stava parlando della vita democratica del Paese. Della necessità di dare alla democrazia un volto concreto. Di renderla più giusta, più vicina alle persone, più capace di garantire dignità, partecipazione, libertà vera.

Poi, alle 10.12, l’esplosione.

Una bomba nascosta in un cestino sotto i portici.

Otto persone uccise. Oltre cento feriti.

Uno squarcio che non ha mai smesso di attraversare la coscienza di Brescia e dell’Italia intera.

Oggi ricordiamo Giulietta Banzi Bazoli, Livia Bottardi Milani, Clementina Calzari Trebeschi, Alberto Trebeschi, Euplo Natali, Luigi Pinto, Bartolomeo Talenti, Vittorio Zambarda.

Ricordiamo le loro vite spezzate. Il dolore delle loro famiglie. Il trauma di una città colpita nel cuore della propria vita civile.

Il tempo passa, ma alcune ferite si portano dentro, in qualche modo si tramandano. Lo sanno bene i familiari delle vittime, che non hanno mai smesso di battersi per la verità, superando ostacoli su ostacoli, resistendo alle delusioni di processi lunghi e tormentati, portando avanti con una dignità ammirevole una battaglia che è di tutta la comunità nazionale. A loro va oggi la nostra gratitudine e il nostro abbraccio.

Ma oggi ricordiamo, dobbiamo ricordare, anche il significato di quella strage.

Un attentato politico. Contro una manifestazione antifascista e sindacale. Contro cittadini che erano scesi in piazza per respingere la paura e la violenza eversiva.

La bomba esplose mentre si parlava di libertà, di giustizia sociale, di partecipazione democratica. Ed è difficile immaginare un simbolo più chiaro di questo.

Colpire quella piazza significava tentare di colpire l’idea stessa di una democrazia partecipata e popolare. Una democrazia nella quale il lavoro organizzato, i corpi intermedi, le associazioni, le istituzioni locali, i cittadini potessero continuare a essere protagonisti della vita pubblica.

In quegli anni l’Italia viveva una stagione durissima. Le stragi, il terrorismo, i tentativi di destabilizzazione, le violenze degli opposti estremismi cercavano di trascinare il Paese dentro una spirale di paura permanente.

Non bisogna dimenticare il clima di allora. Le tensioni sociali erano profondissime. Le piazze erano attraversate da rabbia, inquietudine, conflitti spesso aspri. Molti pensavano che la democrazia italiana non avrebbe retto.

In quel momento storico il sindacato non fu soltanto una forza di rappresentanza sociale. Fu anche un presidio democratico. Un argine. Nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro, nei territori, il sindacato contribuì a tenere milioni di persone dentro il perimetro costituzionale e democratico.

Seppe difendere i diritti dei lavoratori e dare voce al disagio sociale senza consegnarlo alla violenza. Seppe rappresentare conflitti anche durissimi senza trasformarli in odio distruttivo.

È anche grazie a questa tenuta democratica diffusa che la Repubblica riuscì a resistere.

La strategia della tensione puntava a dividere il Paese, a esasperare le paure, a spezzare il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Puntava a convincere gli italiani che la democrazia fosse troppo fragile per affrontare quei conflitti. Ma quel disegno fallì.

Fallì perché la società italiana, in quel tempo così duro e lacerato, trovò dentro di sé energie democratiche più forti della violenza. Fallì perché il Paese seppe reagire, stringendosi attorno ai valori costituzionali.

Brescia fu uno dei luoghi in cui questa risposta civile si fece sentire con maggiore forza e dignità. Quel giorno di cinquantadue anni fa, anche attraverso la voce e la figura di Franco Castrezzati.

Una figura che oggi sentiamo ancora più vicina, perché ci ha lasciati pochi mesi fa, lo scorso ottobre.

La sua biografia attraversa gran parte della storia democratica italiana. Partigiano giovanissimo durante la Resistenza. Sindacalista della Fim-Cisl per vent’anni. Uomo che aveva conosciuto il fascismo, la clandestinità, la repressione.

Pochi giorni prima della strage era stato lui stesso a trovare alcuni candelotti di tritolo davanti alla sede della Cisl di Brescia. Anche questo racconta il livello di tensione e di minaccia che si respirava in città.

Eppure, quel 28 maggio, le sue parole non erano parole di odio. Non erano parole di vendetta. Non alimentavano altre contrapposizioni.

Stava parlando dell’importanza di dare «un volto più preciso a questa nostra democrazia… il volto della libertà, di una libertà sostanziale e non solo formale; della libertà dal bisogno… il volto della partecipazione, di un governo nel quale il popolo si vede, si specchia e si sente rappresentato… in coerenza con i valori di dignità della persona umana».

La bomba interruppe quella voce. Ma non riuscì a cancellarne il significato profondo.

E forse è proprio questa la consegna morale che Piazza della Loggia continua ad affidarci.

La democrazia non vive soltanto nelle regole. Vive nella qualità dei rapporti sociali. Nella partecipazione. Nel rispetto reciproco. Nella capacità di una comunità nazionale di restare unita quando attraversa passaggi difficili.

Anche oggi viviamo un tempo inquieto. Un tempo segnato da guerre, tensioni internazionali, paure sociali, polarizzazioni crescenti. Naturalmente la storia non si ripete mai nelle stesse forme. Ma ogni epoca conosce il rischio della lacerazione, della chiusura, della delegittimazione reciproca.

È proprio in momenti come questi che la memoria di Piazza della Loggia torna a parlarci con forza. Ci ricorda che una democrazia si indebolisce quando prevalgono l’odio, il rancore, la logica del nemico. Si rafforza, invece, quando una società riesce a sentirsi parte di un destino comune anche dentro le differenze, dentro i conflitti.

Questa idea di corresponsabilità democratica è stata una delle grandi risorse dell’Italia nei momenti più drammatici della storia repubblicana. Ed è una lezione che riguarda ancora oggi tutti noi: le istituzioni, la politica, le forze sociali, il sindacato.

Il sindacato confederale, nella sua storia migliore, ha sempre cercato di tenere insieme libertà e solidarietà, diritti e responsabilità, rappresentanza e coesione sociale. Ha sempre saputo che non c’è vera democrazia dove il lavoro perde dignità, dove le persone vengono lasciate sole e il disagio sociale si trasforma in abbandono e rabbia.

Per questo essere qui, oggi, non significa soltanto commemorare una tragedia del passato. Significa assumersi una responsabilità nel presente.

Difendere la memoria di Piazza della Loggia vuol dire continuare a difendere la qualità democratica della nostra convivenza civile. Vuol dire custodire il valore della partecipazione, della libertà, della giustizia sociale. Vuol dire non smarrire mai il senso di ciò che tiene unita una comunità nazionale nei momenti più difficili.

Noi, questa mattina, raccogliamo idealmente le parole che Franco Castrezzati non riuscì a terminare. Perché quella voce interrotta continua ancora oggi a chiedere all’Italia una democrazia più umana, più giusta, più capace di riconoscere la dignità di ogni persona.

E continua a ricordarci che la libertà democratica non si difende da soli, ma riconoscendosi parte di una stessa comunità civile e nazionale.

È questa la lezione che Brescia consegna ancora oggi al Paese. Ed è questa la responsabilità che abbiamo il dovere di custodire insieme.

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