«Ottant’anni fa gli italiani scelsero la Repubblica e, per la prima volta, le donne parteciparono pienamente alla vita democratica del Paese. Fu un passaggio che cambiò per sempre la storia nazionale, frutto di una lunga stagione di battaglie e di tante donne che si impegnarono in ambiti diversi della società, che contribuirono in modo determinante e da provenienze culturali diverse alla Resistenza e alla Liberazione dal nazifascismo». È quanto sottolinea oggi in un editoriale sul quotidiano cattolico “Avvenire” , la Segretaria Generale della Cisl Daniela Fumarola in occasione della Festa della Repubblica.
«A distanza di otto decenni, la promessa di piena parità e cittadinanza non può dirsi ancora completamente realizzata. La prova più evidente arriva dal lavoro. L’Italia continua a registrare uno dei più bassi livelli di occupazione femminile d’Europa. Un dato che non racconta soltanto una disuguaglianza ma una contraddizione profonda. Perché le donne italiane sono oggi mediamente più istruite degli uomini, ottengono risultati scolastici e universitari eccellenti, aumentano la loro presenza nei percorsi scientifici e tecnologici, eppure vedono ancora limitate le proprie opportunità professionali», aggiunge la leader Cisl.
«Una bruciante ingiustizia sociale. Ma anche uno spreco enorme di talento, competenze ed energie. Dietro i numeri si nascondono storie concrete. Ci sono donne costrette ad accettare lavori precari o part-time non scelti. Che interrompono la carriera dopo una maternità o rinunciano a percorsi professionali coerenti con le proprie capacità perché il peso della cura dei figli, degli anziani e delle persone fragili continua a ricadere quasi esclusivamente sulle loro spalle», scrive su Avvenire, Fumarola.
«Il divario di genere non nasce soltanto nella differenza tra due buste paga. Nasce molto prima. Nella distribuzione diseguale delle responsabilità familiari, nella scarsità dei servizi, nelle difficoltà di conciliare tempi di vita e tempi di lavoro, negli stereotipi che continuano a orientare scelte educative e professionali.
Per questo l’inclusione femminile nel mercato del lavoro non è una questione che riguarda soltanto le donne. È una priorità nazionale.
Un Paese che non valorizza pienamente il lavoro femminile rinuncia a crescita, innovazione, produttività e sviluppo. Rinuncia a una parte decisiva del proprio capitale umano proprio mentre affronta la sfida della transizione digitale, dell’invecchiamento della popolazione, con un costo economico rilevante: secondo diverse stime, la mancata piena inclusione delle donne nel mercato del lavoro sottrae all’Italia almeno 150 miliardi di Pil ogni anno, con conseguenze nefaste sulla competitività di sistema. E non è un caso che dove il lavoro delle donne è più fragile si registrino anche minore natalità, maggiore vulnerabilità sociale e prospettive economiche più deboli», sottolinea ancora la numero uno della Cisl.
«Ecco perché servono scelte coraggiose. Più asili nido e servizi educativi. Un sistema di assistenza alla non autosufficienza capace di alleggerire il carico familiare. Maggiore trasparenza retributiva. Contrattazione orientata alla qualità del lavoro e alla conciliazione. Investimenti nelle competenze, soprattutto nei settori scientifici e tecnologici.
Quando cresce il lavoro femminile cresce il Paese. Crescono i redditi delle famiglie, la sostenibilità del welfare, la capacità di innovare e di competere. Cresce la coesione sociale e la libertà delle persone», ribadisce la leader sindacale.
«Le donne che nel 1946 si misero in fila davanti ai seggi non stavano soltanto esercitando un diritto appena conquistato. Stavano entrando da protagoniste nella costruzione della nuova Italia. La Repubblica nata il 2 giugno ci affida ancora lo stesso compito: trasformare l’uguaglianza formale in uguaglianza sostanziale. Ottant’anni dopo, la sfida resta aperta. E passa, ancora una volta, dalla condizione delle donne», conclude Fumarola.







